Martedì 29 settembre 2026, ore 13:49

Scenari

Il vero problema del capitalismo è davvero la sua incarnazione liberista?

Il vero problema del capitalismo è la sua incarnazione neoliberista. È l’opinione di Richard Murphy, professore emerito di contabilità presso la Sheffield University Management School, pubblicata su Funding the Future. In pratica, il capitalismo ha fallito o il vero problema risiede nella particolare forma di capitalismo che ha dominato la Gran Bretagna e gran parte del mondo occidentale dagli anni ’80? Murphy sostiene la necessità di distinguere il capitalismo dal capitalismo neoliberista. La forma di capitalismo del dopoguerra coesisteva con un governo forte, sindacati, servizi pubblici e regolamentazione. Era limitata da istituzioni che impedivano che il potere economico si concentrasse interamente nelle mani di chi deteneva il capitale. Il neoliberismo ha cambiato tutto questo. Dai tempi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan in poi, i governi hanno promosso la privatizzazione, la deregolamentazione, l’indebolimento dei sindacati, la finanziarizzazione e l’idea che i mercati debbano determinare sempre più aspetti delle nostre vite, non ultimo minando il ruolo stesso dello Stato. Il risultato è stato un’economia sempre più concentrata sulla finanziarizzazione piuttosto che sulla creazione di beni, servizi e infrastrutture pubbliche di cui le persone hanno effettivamente bisogno. Di conseguenza, i prezzi delle case possono salire alle stelle senza che vengano costruite nuove abitazioni. Le aziende di servizi pubblici privatizzate possono estrarre ricchezza senza migliorare i servizi. La ricchezza finanziaria può aumentare mentre la prosperità reale diminuisce. Le conseguenze sono disuguaglianza, economia reale in crisi, servizi pubblici inefficienti, instabilità finanziaria e crescente malcontento politico. Il neoliberismo ha dunque indebolito i governi. Eppure, proprio i governi potrebbero essere l’unica istituzione in grado di salvare il capitalismo da se stesso. Il capitalismo crea sempre una gerarchia di potere autoreferenziale. Chi possiede ricchezza può usarla per generarne altra per sé, senza alcun obbligo di condividerla. Questo perché il capitalismo concentra il potere economico attraverso la proprietà. E quello che viene definito profitto può essere reinvestito per generare ulteriori rendimenti. Di conseguenza, la ricchezza esistente crea opportunità per accumularne altra, e la disuguaglianza economica può aumentare. La proprietà e il controllo del capitale possono quindi conferire un potere economico considerevole. Questa situazione era tollerabile in una democrazia quando il capitalismo sceglieva di coesistere con il governo e di collaborare con esso, rispettando il diritto all’esistenza degli altri, compresi i sindacati. In tal caso, le istituzioni pubbliche plasmavano il funzionamento dei mercati e i sindacati limitavano il potere del capitale in modo produttivo per tutti. Allo stesso tempo, altre forme di organizzazione, comprese le cooperative, continuavano a prosperare. Questa forma di capitalismo aveva la capacità di interagire con la società, di evolversi e quindi di sopravvivere. Ma quella forma di capitalismo non esiste più. Il neoliberismo ha cambiato per sempre il capitalismo a partire dai primi anni Ottanta. Il neoliberismo è stata una forma di capitalismo deliberatamente concepita. Non ha nulla di naturale. È nato come conseguenza dell’avversione di alcune persone al socialismo e contro il quale erano determinate a combattere. I suoi fondatori furono Friedrich Hayek e Milton Friedman, che crearono un’organizzazione, la Mont Pelerin Society, per promuoverla, e che fu istituita subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci vollero 30 anni per raggiungere il potere, ma Margaret Thatcher e Ronald Reagan lo portarono al successo. Il loro obiettivo era estendere la logica del mercato a più ambiti della vita. Si trattava da sempre di un sistema di organizzazione sia politica che economica. Il neoliberismo sostiene che i mercati allochino le risorse meglio dei governi e che la proprietà privata è più efficace di quella pubblica, che la concorrenza dovrebbe estendersi al maggior numero possibile di ambiti della vita, che la regolamentazione e il potere sindacale dovrebbero essere ridotti e che le tasse sui profitti di capitale e sui redditi elevati dovrebbero essere contenute. Il neoliberismo, quindi, cerca di limitare l’azione dei governi. Si richiedono regole fiscali che, presumibilmente, obbligano i governi a pareggiare i conti, e vengono nominate banche centrali indipendenti con il compito di controllare l’inflazione attraverso i tassi di interesse, mentre un’elevata disoccupazione può essere considerata accettabile come prezzo da pagare per tenere sotto controllo l’inflazione. In fondo, era già contenuto tutto nel documento “The Crisis of Democracy”, che poneva l’inflazione come male assoluto. Nel frattempo, i servizi pubblici vengono esternalizzati ovunque possibile e i singoli individui, in particolare, sono chiamati a gestire rischi che prima erano gestiti collettivamente. Servizi come pensioni, assistenza sociale, asili nido, sanità, istruzione e così via, sono stati tutti oggetto di varie forme di privatizzazione. E naturalmente, tutti i nostri servizi di pubblica utilità, che prima erano di proprietà pubblica, ora sono nel settore privato. Il neoliberismo ha spostato il capitalismo verso la creazione di ricchezza finanziaria. Il denaro doveva essere fatto con altro denaro. Non doveva essere fatto producendo beni di cui le persone avevano bisogno. Il cambiamento nella nostra economia è stato assolutamente fondamentale. Il cambiamento nella nostra mentalità è stato sconvolgente. “L’idea che tutti diventassimo ricchi - spiega Murphy - perché ogni mese il prezzo della nostra casa aumentava è diventata la convinzione della classe media, e su questa base è stato costruito tutto il neoliberismo. L’intera idea del capitalismo finanziario era alla base del neoliberismo. Era stata concepita per estrarre valore anziché crearlo. Gli affitti sono aumentati, e lo abbiamo visto per quanto riguarda i prezzi pagati per gli immobili, sia tramite mutuo che tramite affitto, e ora lo vediamo in molti altri servizi in cui non ci è più permesso acquistare un bene, ma dobbiamo noleggiarlo. Basti pensare al software che utilizziamo sul nostro computer. E le aziende di servizi pubblici privatizzate sono diventate opportunità di sfruttamento privato. Il neoliberismo cerca al contempo di indebolire i governi”. A dirigere il neoliberismo, al posto dei governi ci sono ora le élites. Ma quali élites? Quali sono quelle vere e quali quelle dominanti? Prova a spigare le differenze Ryan McMaken sul Mises Institute, ripubblicato da Tyler Durden tramite ZeroHedge: “Le istituzioni politiche sono sempre e ovunque controllate dalle élites. Non fa differenza se si tratti di un regime democratico o monarchico. Non fa differenza se esiste o meno una costituzione scritta. Tutte le istituzioni politiche - e certamente ogni stato sovrano - sono gestite da un gruppo di élites che detengono i mezzi di coercizione. Il mito del governo del popolo è proprio questo: un mito”. Spesso si fa confusione sulla differenza tra élites economiche ed élites politiche. Si potrebbe dire che le élites economiche siano coloro che sono più abili nella gestione della ricchezza. Ma la natura delle élites economiche dipende in larga misura dal tipo di regime sociale esistente. “In una società che opera prevalentemente secondo i principi del mercato, le élites economiche sono coloro che sono più produttivi nel libero mercato. Si tratta di persone che possiedono competenze in imprenditorialità, vendite, logistica, investimenti e in tutti gli altri aspetti di un mercato che funziona liberamente. La situazione è diversa in una società in cui l’economia è dominata dallo Stato e, di conseguenza, dall’élite politica. In una società di questo tipo, le élites economiche sono coloro che sanno usare al meglio il potere statale per raggiungere il successo nel mercato regolamentato dallo Stato. In questo caso, le élite economiche sono coloro che collaborano con il regime per manipolare e regolamentare il mercato e ottenere politiche che le avvantaggino. Dipendono dallo sfruttamento altrui per consolidare le proprie posizioni ed espandere la propria quota di mercato”. 
Raffaella Vitulano

( 29 settembre 2026 )

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