Venerdì 8 maggio 2026, ore 13:26

Scenari

Istanbul sfida Dubai. Con l’ok del Wef la Turchia cerca di attrarre investitori

Istanbul può competere con Dubai? Quegli stessi missili e droni che stanno esponendo a rischi i centri finanziari globali del Golfo, offrono al governo turco il modo di attrarre investitori e aziende con sede negli Emirati Arabi Uniti. L’atteggiamento tenuto durante la guerra in Medioriente, che i funzionari turchi definiscono in privato “neutralità attiva”, sta ora producendo vantaggi strategici crescenti. “ La Turchia è la più grande vincitrice della guerra con l’Iran, senza aver sparato un colpo. Ankara ha sfruttato il conflitto per consolidare le partnership del Golfo, i corridoi del Caucaso e le nascenti vendite regionali di armi” scrive Asiatimes. Secondo alcune fonti che hanno parlato con Middle East Eye (Mee), un alto funzionario turco ha recentemente dichiarato agli investitori internazionali che Ankara intende estendere gli incentivi fiscali e altre forme di sostegno alle multinazionali, analogamente a quanto già offerto presso l’Istanbul Financial Centre (Ifc). Il funzionario avrebbe affermato che la possibilità che l’Iran prenda di mira i centri finanziari degli Emirati Arabi Uniti e le società internazionali ad Abu Dhabi e Dubai ma potrebbe al contempo incoraggiare alcune aziende a trasferirsi in Turchia. La regione del Golfo - spiega in un articolo Mee - ospita banche internazionali e società di servizi finanziari, nonché startup tecnologiche, aziende di intelligenza artificiale, centri dati e industrie manifatturiere. L’Ifc, il distretto finanziario di Istanbul che ospita banche, multinazionali e altre società, offre già una serie di agevolazioni fiscali: i redditi derivanti dall’esportazione di servizi finanziari sono interamente deducibili dall’imposta sul reddito delle società, mentre le transazioni correlate sono esenti dalle relative imposte. Sono previsti anche incentivi fiscali sui salari per il personale con esperienza internazionale, con un’esenzione dall’imposta sul reddito pari al 60% o all'80% della retribuzione netta mensile reale, a seconda del numero di anni di esperienza all’estero. Una notizia confermata da Bloomberg, secondo cui il governo turco si starebbe preparando ad estendere alcuni di questi incentivi fiscali alle multinazionali in modo più ampio. La riprova sarebbe che all’inizio di aprile il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ospitato a Istanbul 40 amministratori delegati di aziende globali in occasione di un incontro organizzato dal World Economic Forum (Wef), con la partecipazione di aziende che rappresentano un valore di miliardi di dollari. L’incontro è stato significativo perché Erdogan non partecipava al vertice del Wef di Davos dal 2009, in seguito a uno scontro pubblico con l’allora presidente israeliano Shimon Peres riguardo all’uccisione di palestinesi a Gaza da parte di Israele. Larry Fink, presidente del consiglio di amministrazione del Wef e amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo, non ha perso occasione per lodare l’iniziativa, come ha confermato Ceren Kenar, esperta di Turchia, per la quale l’incontro mirava anche a rompere il ghiaccio tra Erdogan e Davos. Gli accordi di difesa conclusi in sordina nel corso di marzo suggeriscono che Ankara stia trasformando le preoccupazioni del Golfo in contratti a lungo termine e consolidate relazioni politiche. A ciò si aggiunge il ruolo della Turchia come paese ospitante del vertice Nato di luglio, e il quadro si fa ancora più chiaro. Erdogan arriverà a quell’incontro con una forza contrattuale che non possedeva a gennaio: è lo Stato di prima linea più esposto dell'alleanza, un mediatore indispensabile e un candidato credibile per la reintegrazione nei quadri industriali della difesa occidentali dai quali Washington aveva precedentemente cercato di escluderlo. Tuttavia, lo scorso febbraio l’ex primo ministro israelianio Naftali Bennett ha descritto la Turchia come “il nuovo Iran” e ha messo in guardia contro una minaccia turca emergente. Quel linguaggio non è ancora parte integrante della dottrina israeliana, ma non è più retorica marginale. Con l’Iran prostrato, la prossima grande rivalità regionale si sta delineando tra Ankara e Gerusalemme. E la Turchia ne è ben consapevole nel suo equilibrismo con Davos, rivale di Washington. Sebbene Ankara non abbia esplicitamente identificato un avversario specifico, sempre più prove suggeriscono che il governo di Erdogan potrebbe star conducendo la Turchia verso un potenziale confronto militare con Israele, possibilmente sul fronte siriano. Questa preoccupazione è rafforzata dalla retorica sempre più bellicosa dei funzionari di alto livello e da un notevole cambiamento nella dottrina strategica turca, in cui lo Stato ebraico è ora considerato una minaccia fondamentale per la sicurezza nazionale. La vera preoccupazione di Israele non deriva unicamente dai missili, ma dalla diplomazia energetica di Ankara: la Turchia è riuscita a smantellare il Forum del Gas del Mediterraneo Orientale, concepito per isolarla, e a neutralizzare l’Egitto. trasformare Istanbul e la Siria in hub per l'aggregazione e l’esportazione di gas verso l’Europa infliggerebbe un duro colpo all'economia israeliana e renderebbe il progetto della “Via delle Spezie”, incentrato sul porto di Haifa, poco più di un’ambizione vana di fronte all’influenza turca nel Mar Rosso e alle sue alleanze in Sudan e Somalia. Ciò contribuisce a spiegare la preoccupazione esistenziale di Israele: confrontarsi con uno stato dotato di potere economico, capacità tecnologiche e alleanze internazionali è molto più difficile che affrontare un Iran isolato, la cui infrastruttura militare è stata indebolita dai continui attacchi statunitensi e israeliani. La formidabile forza militare sia di Israele che della Turchia rappresenta un forte deterrente contro un conflitto aperto. Tuttavia, poiché entrambe le nazioni si contendono l’influenza in aree sovrapposte - dagli Stati del Golfo al Corno d’Africa e al Mediterraneo orientale - il rischio di un’escalation e di una destabilizzazione regionale continua a incombere. L’estensione della guerra e l’eventuale intervento di terra da parte degli Stati Uniti, volto a creare il caos in Iran, rappresentano una chiara linea rossa per la Turchia. Una simile escalation porterebbe sia al prolungamento del conflitto sia a un aumento della minaccia nei confronti del paese. Tornando al ragionamento iniziale: Ankara può davvero competere con Dubai? La Turchia seduce gli investitori col beneplacito di Larry Fink, ma gli Emirati resistono. Anche se l’Atlantic Council riconosce che il Golfo è entrato in una nuova era, gli investitori ora faticano davvero a capire cosa stia succedendo. Gli Emirati Arabi Uniti sono inoltre usciti dall’Opec e dall’Opec+. Questa mossa rappresenta un duro colpo per i gruppi petroliferi e per l’Arabia Saudita. 
Raffaella Vitulano

( 7 maggio 2026 )

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