Sabato 31 gennaio 2026, ore 13:47

Scenari

L’influenza del Dragone nella logica strategica tra Usa e Ue

Ricostruzione invece di rottura: l’articolo di Ryan Perkins, pubblicato sulla piattaforma cinese China Economic Indicator, traccia un quadro delle relazioni transatlantiche che si discosta significativamente dalle comuni interpretazioni occidentali, interpretando il ruolo della Germania nel sistema di potere transatlantico. Invece di un strisciante “processo di divorzio” tra Stati Uniti ed Europa, l’autore diagnostica un deliberato riallineamento all’interno di un sistema di potere e finanziario ancora strettamente interconnesso sotto la guida degli Stati Uniti. Altro che allontanamento di Trump. Piuttosto, un riequilibrio di rapporti. Questa prospettiva, di per sé, rende il testo straordinario: proviene da una fonte cinese e riflette quindi interessi e approcci analitici che vanno oltre il mainstream euro-atlantico. L’Europa viene ripensata per dare più spazio all’America nell’area Asia-Pacifico e la deindustrializzazione della Germania è la chiave. “L’idea che Stati Uniti ed Europa stiano andando verso un divorzio strategico - scrive l’autore - è politicamente ed emotivamente seducente. Le controversie commerciali, i sussidi industriali, la condivisione degli oneri della difesa e la retorica dell’autonomia strategica europea vengono presentati come prova del disfacimento dell’ordine atlantico. Ciò consente alle élite su entrambe le sponde dell’Atlantico di abbandonarsi, per sé stesse e per i propri elettori, a fantasie di agenzia politica. Ma è sbagliato. Non ci sarà alcun divorzio transatlantico, non perché abbiano riacceso un amore perduto, ma perché la separazione è strutturalmente impossibile. Gli Stati Uniti e l’Europa non sono legati da sentimenti o valori condivisi. Sono legati dal capitale, e un capitale di queste dimensioni non può disimpegnarsi. Al centro di questa relazione c’è un fatto quasi completamente ignorato dai commenti dei media: circa 7 mila miliardi di dollari di investimenti diretti reciproci tra Stati Uniti ed Europa. Non si tratta di scambi commerciali che possono essere deviati o di capitali di portafoglio che possono essere ritirati. Si tratta di fabbriche, catene di fornitura della difesa, banche, assicuratori, proprietà intellettuale e controllo aziendale a lungo termine radicati nei sistemi legali e politici nazionali su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Un matrimonio d’interesse, dunque. Un sistema costruito su questo fondamento fondamentale del capitale non si sgretola. Si riorganizza. Ciò a cui stiamo assistendo oggi non è un crollo dell’ordine atlantico, ma ad una minuziosa ricalibrazione interna di un impero finanziario incentrato sugli Stati Uniti, pur se con mezzi a volte violenti e incomprensibili. Le controversie sulla politica industriale e sulla spesa per la difesa sono discussioni sull’allocazione dei costi e sulla divisione del lavoro, non su strategie di fuga. È così che si comportano gli imperi finanziari, e gli imperi finanziari non si liquidano. Reagiscono e si riorganizzano. Washington considera l’Asia-Pacifico il teatro decisivo nella battaglia per mantenere il primato nel XXI secolo, proprio perché la Cina è l’unica potenza in grado di sfidare il primato tecnologico, industriale e militare degli Stati Uniti. Questa valutazione ha un’implicazione inevitabile: gli Stati Uniti devono liberare risorse dall’Europa senza permettere che l’ordine di sicurezza europeo crolli. In altre parole, l’Europa deve diventare un pilastro della Nato sufficientemente affidabile da consentire agli Stati Uniti di schierare le proprie forze altrove. Ciò non richiede l’indipendenza europea, anzi la preclude. Richiede la capacità europea – fiscale, industriale e istituzionale – di gestire il proprio teatro, pur rimanendo pienamente integrata nel sistema atlantico”. Capito come ci vedono i cinesi? L’Europa sta riscrivendo silenziosamente il suo sistema operativo economico ma ci vuole tempo, forse troppo per stare al passo con gli eventi. E in questo quadro, la Germania gioca un nuovo ruolo. “Il declino industriale della Germania non è un incidente causato da una cattiva politica energetica. È la riorganizzazione strategica di uno stato centrale all’interno di un impero finanziario. La chiusura delle centrali nucleari e la dipendenza dal gas russo non sono stati errori, ma la gestione di un modello di esportazione obsoleto e incompatibile con un’Eurozona unificata. La vera funzione della Germania si è spostata dalla produzione di beni alla gestione del denaro, da egemone industriale ad àncora finanziaria. Questa finanziarizzazione non è un segno di indipendenza europea, ma di una più profonda integrazione in un sistema guidato dagli Stati Uniti. Man mano che la Germania abbandona il freno al debito e accetta il debito congiunto dell’Ue, si trasforma in un garante fiscale per la stabilità continentale affinché la potenza americana possa concentrare la propria attenzione e le proprie risorse sulla sfida decisiva nell’area Asia-Pacifico. La deindustrializzazione della Germania è il prezzo da pagare per diventare un pilastro affidabile di una struttura imperiale”. Nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, l’Europa sceglie il compromesso, ricorrendo persino all’appeasement. Nella guerra commerciale, l’Europa si è praticamente arresa senza combattere, il che potrebbe aver aperto la strada agli Stati Uniti per mettere apertamente gli occhi su un pezzo di territorio europeo. “Chi sono i nostri nemici? Chi sono i nostri amici? Questa è una domanda di primaria importanza per la rivoluzione” è un detto cinese. Nelle relazioni internazionali non ci sono amici o nemici permanenti, l’Europa deve quindi affrontare questa situazione con un realismo lucido. Per Pechino, l’Ucraina si trova al centro di questo nuovo accordo. “Il compito dell’Europa non è quello di sostituire la potenza militare statunitense, ma di sostenere l’Ucraina nel tempo e mantenere la possibilità di intensificare o riaccendere un conflitto congelato quando geopoliticamente opportuno, senza costringere gli Stati Uniti a riaffermare ingenti forze sul continente. Ciò richiede denaro, logistica e capacità produttiva, non autonomia retorica. La nuova architettura finanziaria europea è concepita proprio per questo. Il riarmo dell’Europa, tuttavia, non implica l’indipendenza nella difesa. Tutt’altro”. Gli accordi transatlantici di riequilibrio commerciale e di sicurezza di luglio impegnano di fatto l’Europa a circa 600 miliardi di dollari in appalti per la difesa negli Stati Uniti nel prossimo decennio, vincolando direttamente l’espansione militare europea alla capacità industriale americana. Viene spacciato per il prezzo da pagare per velocità, scalabilità e interoperabilità, ma lega inesorabilmente l’Europa alla catena di comando statunitense e garantisce che Wall Street, come sempre, ne tragga vantaggio”. Ciò che sta emergendo dunque non è un’Europa sovrana, ma un’Europa funzionale, organizzata secondo linee riconoscibilmente imperiali. La Francia garantisce discrezionalità politica e credibilità militare. La Germania garantisce la solidità del bilancio, mentre il suo modello industriale orientato all’export si erode e la spesa in deficit diventa inevitabile. L’Europa meridionale funge da pozzo di domanda e zona di trasmissione fiscale. L’Europa orientale diventa il laboratorio industriale, ospitando la produzione di armi su licenza, la produzione ad alta intensità energetica e una logistica avanzata strettamente legata ai sistemi Nato. Questa non è convergenza. È differenziazione. Il discorso sull’autonomia strategica, infine, persiste perché svolge un’utile funzione politica e permette ai leader europei di giustificare l’espansione fiscale, la spesa militare e la centralizzazione istituzionale senza riconoscere che questi cambiamenti legano l’Europa più strettamente al sistema atlantico, anziché allentarne i legami.
Raffaella Vitulano

( 29 gennaio 2026 )

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