Quando si analizza una guerra (e se ne valutino anche le dissimulazioni) resta valido il concetto ’Cui prodest?’. In molti talk si sente parlare della leadership israeliana che ha cercato di convincere le amministrazioni americane fin dagli anni ’90 ad attaccare l’Iran; della distrazione dai files di Jeffrey Epstein e dai dubbi tentativi di declassificare i file sugli alieni; si parla molto del petrolio e della sfida ai Brics. The Cradle aggiunge elementi di riflessione riportando che in un’intervista trasmessa su Asharq News il 3 marzo, Adhwan al-Ahmari - caporedattore di Independent Arabia e presidente dell'Associazione dei giornalisti sauditi - ha inoltre affermato che “non tutti gli attacchi” contro le nazioni del Golfo Persico provengono dall’Iran ma sarebbero anche “false flag” israeliani (e cita Aramco) per intrappolare le nazioni del Golfo nella guerra in corso. Parallelamente, Middle East Eye ha confermato che funzionari iraniani hanno affermato che Israele ha effettuato diversi attacchi con droni contro le infrastrutture energetiche nel Golfo. Ed ecco che il commentatore politico e giornalista statunitense Tucker Carlson cala l’asso raccontando che l’Arabia Saudita e il Qatar hanno arrestato negli ultimi giorni agenti che lavorano per i servizi israeliani del Mossad e che avrebbero pianificato attentati nei due stati del Golfo: “Perché gli israeliani dovrebbero bombardare i Paesi del Golfo, che sono anch’essi attaccati dall’Iran? Non sono forse dalla stessa parte?”. Agli occhi di qualche osservatore, dunque, l’alleanza tra Usa e Israele contro l’Iran sarebbe piuttosto flessibile. Mentre Tel Aviv non molla, Trump dal canto suo avrebbe già fatto capire di voler firmare un accordo con la nuova leadership iraniana (che non sarà quella dello scià di Persia, preferita invece dallo stato ebraico) in stile Siria e Venezuela, circostanza che spiegherebbe il silenzio e l’inazione di Mosca e Pechino, probabilmente concordi sull’operazione. Tempo fa il Times of Israel riferiva che i vertici dello stato di Israele si fossero resi conto da un pezzo che Trump non dà seguito alle sue bellicose dichiarazioni sull’Iran e la Siria, smentite dalla volontà di conciliazione con quelli che il governo israeliano giudica come i suoi più acerrimi nemici. Trump ha sconvolto tutte le certezze del passato, nonostante le pacche sulle spalle in pubblico. Come quelle alla sempre più traballante Ue, già provata dai dazi American e ora alle prese con gli aumenti delle importazioni petrolifere dal Medio Oriente. Quanto al regolamento di conti di Washington con Davos che proteggeva gli occidentali nel Golfo ma strizzava pure l’occhialino ai Brics per affondare il dollaro, è tutt’ora in corso: con la guerra tutti cercano dollari, tanto che i tassi Usa stanno pure scendendo. E così si inizia la stampa globale di verdoni, che porterà inflazione ma consoliderà il ruolo del dollaro a livello globale. Peccato che la richiesta più radicale dell’Iran sia stata quella di chiedere ai suoi vicini arabi di de-dollarizzare le loro economie. E questa è la chiave per impedire alle aziende statunitensi di dominare le loro economie e quindi i loro governi. Forse perciò Trump tira dritto e sarebbe già pronto ad abbandonare Israele alla ’sua’ guerra espansionistica, preferendo mantenere buoni rapporti coi paesi del Golfo ed evitandone eccessivi coinvolgimenti. Trump bifronte, dunque, con stop & go dettati dalla convenienza? C’è da considerare che sul fonte finanziario la Cina ha ridotto da tempo l’esposizione verso i paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati, dopo l’accordo che consentiva a Pechino di pagare il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari; che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar pensano a recedere dai contratti e ad annullare impegni di investimento negli Stati Uniti per alleviare la pressione economica causata dalla guerra; che BlackRock, il gigantesco fondo finanziario americano ha bloccato i rimborsi di un suo fondo a causa di una anomala richiesta di rimborsi. Cui prodest? C’è da segnalare una interessante teoria avanzata dall’ex banchiera americana Catherine Austin Fitts: il motivo per cui l’Iran è stato a lungo nel mirino di un cambio di regime è che i responsabili della dittatura islamica non avrebbero mai permesso al Paese di far parte della “rete di controllo” al cui centro c’è quella che lei chiama moneta programmabile. Una moneta che non è più solo valuta, ma una moneta che consenta ai banchieri di controllare la politica fiscale e di sostituire sostanzialmente parlamenti e governi mediante un’ampia infrastruttura di sorveglianza tramite identità digitali e un hardware a livello locale e globale per effettuarne l’implementazione. È una teoria interessante e sicuramente vale la pena prenderla in considerazione. Il vero motivo della guerra in Iran per Catherine Austin Fitts - che ha anche ricoperto il ruolo di assistente segretario per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano sotto il presidente George HW Bush - non sarebbero dunque le armi nucleari: “La banca centrale dell’Iran è uno dei veri motivi: e lo è perché petrolio ed energia iraniani sono molto importanti anche per la Cina (il 38% del petrolio della Cina arriva da Teheran, ndr.). Si introdurrà denaro programmabile, con identità digitali interoperabili a livello globale, e denaro programmabile controllato centralmente in ciascuna giurisdizione. Non ci si possono permettere falle nel sistema. E l’Iran, in questo momento, è la principale falla nel sistema. Larry Fink e Blackrock hanno detto che dobbiamo muoverci molto rapidamente. Stanno pianificando di negoziare tutte le azioni e obbligazioni tramite token. Vale a dire che tutti gli investimenti saranno su una piattaforma tokenizzata. Ciò significa che potremmo arrivare ad avere una unica blockchain comune con un mercato potenziale da 100, 200, 300 trilioni di dollari”. Non che l’Iran non punti al controllo, dato che sta lavorando alla propria valuta digitale della banca centrale e sta costruendo la propria infrastruttura di identità digitale . Dobbiamo ricordarcelo e dobbiamo sviluppare un modo più sofisticato di comprendere - e contrastare - le nuove narrazioni della guerra post-Covid. Anche la Libia di Saddam, del resto, stava preparando una banca indipendente con moneta africana; e così l’Iran degli Ayatollah. I Brics stanno organizzando la loro criptovaluta e lo scopo di Usa-Israele è anche prendere il controllo delle loro banche centrali. In questa lettura, la questione non riguarderebbe quindi soltanto la sicurezza o il nucleare, ma il controllo delle infrastrutture finanziarie e monetarie globali. Non a caso Fitts cita Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, a capo oggi anche del forum di Davos, e mette in guardia dal fatto che un simile sistema potrebbe progressivamente sostituire la politica fiscale tradizionale con regole automatizzate, incorporate direttamente nel codice e applicate tramite sistemi di intelligenza artificiale. Secondo gli esperti, le criptovalute e altri asset ad alto rischio sono vulnerabili agli sconvolgimenti geopolitici e il petrolio rimane il principale canale attraverso cui ciò avviene. Il Medioriente è un crocevia perfetto per tale implementazione. Il sito specializzato Paybito.com spiega come “le criptovalute, combinate con la tecnologia blockchain in rapida espansione, possono dare un contributo significativo e alleviare le difficoltà delle economie in difficoltà. Le nazioni devastate dalla guerra possono utilizzare entrambe le tecnologie per raccogliere risorse e creare infrastrutture per la futura ripresa, oltre a ottimizzare la governance”. Che guerre e criptovalute (su cui spinge lo stesso Trump) siano ormai legati ce lo conferma anche la crescita di Polymarket, zona grigia della finanza decentralizzata. Polymarket consente agli utenti di scambiare quote sull’esito di eventi futuri, dalle elezioni politiche alle decisioni delle banche centrali, fino a scenari geopolitici estremi. A differenza delle scommesse sportive, le scommesse sono strutturate come mercati finanziari con un order book, dove il prezzo riflette la probabilità percepita dal mercato che un evento si verifichi. Tuttavia, la mancanza di procedure Kyc (Know Your Customer) rigorose su tutte le interfacce permette agli attori di operare con un grado di pseudo-anonimato che complica l’identificazione dei responsabili.
Raffaella Vitulano

