Adrián N. Bravi (nato a Buenos Aires, vive a Recanati) ci ha abituati a romanzi densi, di buona fattura, con una trama che scorre linearmente, con un linguaggio limpido, tanto poetico quanto spesso incantato. I dialoghi sono penetranti, sintomatici. Siamo dinanzi a storie ordinarie ma con un episodio chiave che cambia improvvisamente il corso degli eventi e che ricade su più persone. In questo caso la narrazione dal titolo La nuotatrice notturna (Nutrimenti, 2025) si dipana a partire dalla scomparsa del padre Pietro che nuotava sempre di sera e prosegue sulla scia di una verità celata per anni. Un viaggio di scoperta, in parte picaresco, che cambierà per sempre la vita di Jacopo, raggiunto da una telefonata: il padre, del quale il ragazzo aveva perso le tracce, muore annegato in Portogallo. Lo ricorda con un cappello bianco a falde larghe su di una chioma riccia che gli cadeva sulle spalle, i sandali e le basette risorgimentali. Jacopo lavora in un cimitero ed è un quarantenne goffo e impacciato. Ha trascorso gran parte della vita aspettando proprio il ritorno del genitore, mai avvenuto. Decide di partire accompagnato dal collega di lavoro Quinto alla ricerca della verità raggiungendo la cittadina portoghese di Rio Salgueiro, dove Pietro è morto. “Secondo lui suo padre non lo aveva mai abbandonato, soltanto si stava purificando in giro e quando avesse finito con quella faccenda sarebbe tornato per portarselo a spasso per il mondo. Ma il padre non era più tornato e dopo alcuni anni aveva anche smesso di mandargli delle cartoline”. Il romanzo mantiene un’atmosfera pensosa, quasi sognata, finché non si entra nelle pieghe di una concretezza a dir poco spiazzante. C’è in ballo la scoperta dell’identità di genere, perché Jacopo scoprirà che il padre era diventato donna, che aveva cambiato sesso e che si chiamava Manuela. La moglie Mina lo sapeva ma per anni ha tenuto nascosto il segreto al figlio. Tra menzogne e desideri, perdite e metamorfosi. Bravi racconta la vulnerabilità dell’uomo, i segreti indicibili, lo svelamento improvviso e la solitudine di chi si assume una responsabilità morale e una libertà escludente. Mina confida che Pietro non è stato un buon padre, né un buon compagno, ma che era incapace di fare del male. Nonostante i dispiaceri non aveva mai smesso di amarlo. Nel frattempo Pietro decideva la trasformazione per amore di un uomo, uno scrittore paraguaiano. A Rio Salgueiro lavorava in un salone di bellezza.
Manuela era riservata, misteriosa, una regina raffinata, affascinante. Le sue ceneri sono conservate in un’urna e Jacopo ne porta a casa la metà. Come riepilogare questa vicenda nel confronto pacifico, tra madre e figlio? Ci prova Mina, dicendo di aver rincorso una voce che le sfuggiva mentre doveva superare le crisi determinate da un uomo visionario, fantasmatico. “Ogni oggetto mi parlava del suo passato. Sono un ponte, le cose. Quando ho capito che si trattava ormai solo di un ponte crollato, che non portava da nessuna parte, che quelle cose, insomma, esistevano solo in funzione dei ricordi, allora ho iniziato a disfarmene”. Jacopo si ferma a metà strada: non prova amarezza, né risentimento. La sua è una presa di coscienza che non alimenta la sofferenza e che cerca dignitosamente di allontanare i pensieri intrusivi. Ama ballare e imitare Michael Jackson con il cappello, il borsalino e i guanti. Proprio il ballo e il canto sembrano un rito propiziatorio che scaccia ogni tensione intonando la famosa “Billie Jean”.

