Il tycoon dovrà vedersela da solo. Gli europei non intendono muovere un dito per aiutare militarmente gli USA a riaprire lo Stretto di Hormuz. Serve la diplomazia. Parlando al Financial Times domenica sera, Trump aveva chiesto il contributo di tutti “coloro che traggono beneficio dallo Stretto, per garantire che lì non accada nulla di male”, paventando che in caso di nessuna risposta o risposta negativa, “sarà molto dannoso per il futuro della Nato. I ministri degli esteri dei 27 riuniti a Bruxelles hanno tenuto il punto sulla non opportunità di affidare a una missione dell’Alleanza atlantica la riapertura di Hormuz. Che comunque “è davvero al di fuori dell'area d'azione della Nato”, ricorda Kaja Kallas. Nel fine settimana, ha fatto sapere l'Alta rappresentante Ue, “ho parlato con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, per capire se è possibile avere un'iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina”. Se la chiusura dello stretto rappresenta un grave pericolo per le forniture di petrolio, specie per l’Asia, la situazione è problematica “anche per quanto riguarda i fertilizzanti”, ha avvertito Kallas. aggiungendo che “se quest'anno ci sarà carenza di fertilizzanti, l'anno prossimo si verificherà anche una carenza di cibo”. L’UE, sostiene Antonio Tajani, deve “rafforzare” la missione Aspides contro gli agli attacchi Houthi contro le navi, per garatire il traffico marittimo nel Mar Rosso e a Suez. Va rafforzata anche l’Operazione Atlanta contro la pirateria in Somalia, rilava il ministro degli esteri, ma queste missioni diplomatico-militari UE “non vanno allargate a Hormuz”. In quel caso, afferma, “deve prevalere la diplomazia, uno sforzo aggiuntivo per garantire la libertà di navigazione”. Cambiare la missione di Aspides per estenderla a Hormuz “è complicato”, perché “è missione difensiva e andrebbe stravolta: è giusto rimanere nel Mar Rosso”. Ancora più categorica la Germania. “Questa guerra (in Medio Oriente ndr) non ha nulla a che fare con la Nato. Non è una guerra della Nato” ha dichiarato a Berlino il portavoce del governo, Stefan Kornelius. A Bruxelles, invece il ministro degli esteri, Johann Wadephul, ha ribadito che “la Nato non ha preso una decisione né può assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz”, poiché “se così fosse, gli organi della Nato se ne occuperebbero”. Quella nel Golfo, ha confermato Wadephul, “non è la nostra guerra, non l'abbiamo iniziata noi. Vogliamo soluzioni diplomatiche e una rapida conclusione, ma un maggior numero di navi da guerra nella regione probabilmente non contribuirà a questo obiettivo”. Da Londra, il primo ministro inglese Starmer ha chiarito che la riapertura di Hormuz “non può essere affidata a una missione della Nato, e non sarà e non è mai stata immaginata come una missione della Nato”. Anche la Spagna, come l’Italia, ritiene che non debbano apportarsi modifiche al mandato di Aspides. La guerra, dice il ministro degli esteri, Josè Manuel Albares, “ha un impatto soprattutto ai cittadini europei, e può farlo ancora di più: lo vediamo con l'energia, rischiamo di vederlo con flussi da Iran e Libano”. Per questo l’UE “deve chiedere la fine della guerra”.
Pierpaolo Arzilla

