Venerdì 13 marzo 2026, ore 12:57

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Lo chiamavano «le peintre du bonheur»il pittore della felicità. Così lo definiva, tra gli altri, il poeta Anatole France, cogliendo in una formula fulminante lessenza dello sguardo di Pierre-Auguste Renoir. Tra gli Impressionisti fu infatti colui che guardò alla vita con occhi innamorati. Se la modernità posava ora davanti all’Arte come una donna dai molti volti – l’inquietudine della nuova società industriale, l’ambizione borghese, le fedi compromesse dal progresso Renoir scelse ostinatamente la luce, la grazia del sentimento, l’intimità. Rifuggì il racconto della miseria e della solitudine per ritrarre un mondo abitato dalla letizia, dalla tenerezza, dal desiderio. Come gli amici del gruppo, uscì dall’atelier per inseguire la vita vera nei teatri, nei caffè, nei giardini pubblici e la trovò nella dolcezza dei legami, nella vibrazione gioiosa degli incontri, degli abbracci. Ma a differenza di altri, ciò che cercava non era il fremito anonimo della folla: era il segreto del cuore. Dipinse ciò che credeva avrebbe portato la Storia verso la modernità – l’amore – conferendogli un protagonismo assoluto. E lo fece en plein air, sotto il cielo aperto della nuova società a lui contemporanea. Quanta luce fa l’amore? L’opera di Renoir risponde per noi a questa domanda. Uomini e donne che si sfiorano, si abbracciano, danzano, si baciano alla luce del giorno: gesti semplici e rivoluzionari insieme. Come i borghesi avevano conquistato il diritto di vivere e mostrarsi liberi dalle convenzioni più rigide, così Renoir li dipinge mentre godono di ogni privilegio, della festa della vita. L’amore, nei suoi quadri, non è allegoria: è esperienza vissuta, è modernità che prende forma in un sorriso, in una carezza, in un ballo sotto gli alberi. E a questa visione Renoir poté attingere anche dalle gioie del proprio cuore. Scelse la donna amata come modella, trasformando l’esperienza privata in ideale pittorico. Quando nel 1879 conobbe Aline Charigot, giovane sarta originaria dell’Alsazia, Renoir aveva quasi quarant’anni ed era ancora in bilico tra precarietà economica e primi riconoscimenti. Aline aveva poco più di vent’anni, un carattere semplice e solare, e quella naturalezza che il pittore cercava nelle donne da ritrarre come dee vive di passione. La loro storia d’amore attraversò gli anni più intensi della carriera del pittore. Aline non fu soltanto compagna e poi moglie (si sposarono nel 1890), ma presenza costante nel suo universo visivo. È lei, ad esempio, la giovane donna con il cagnolino in grembo nel celebre Déjeuner des canotiers (1880-81), dove il suo sguardo assorto sembra già raccontare un’intimità privilegiata con l’artista, o la Bagnante nel golfo di Napoli. Domina la sua ispirazione come una musa, gli insegna i colori dell’amore. In La balançoire (L’altalena, 1876) l’amore è sospensione luminosa: un dialogo fatto di silenzi, sguardi e di attese, immerso in un giardino dove la luce filtra, morbida, come una carezza. La giovane donna, colta in equilibrio instabile, sembra oscillare non solo nello spazio ma anche nel sentimento che esprime: tra civetteria e pudore, tra gioco e promessa. Non c’è dramma, non c’è tensione narrativa: c’è la dolcezza di un momento condiviso dove il verde rivendica poesia per le città, dove la natura diventa teatro di una nuova intimità borghese. In La promenade (La passeggiata 1870), la coppia che avanza tra le piante diventa emblema di una nuova libertà sentimentale, tenera e moderna insieme, come se il mondo attorno fosse solo cornice. Qui Renoir idealizza l’amore rendendolo armonia tra figura e paesaggio: i corpi sembrano appartenere alla natura stessa, scaturire da essa. È un sentimento che non ha bisogno di enfasi, ma si esprime nella evidenza, nella continuità dei gesti. Poi lamore si fa danza. In Danse à Bougival (1883) la coppia occupa l’intera scena pittorica: il movimento è vorticoso, la donna si abbandona con fiducia, luomo la guida con energia. Non è più il sentimento sussurrato dei giardini, ma la passione che si manifesta pubblicamente. La pennellata si fa più corposa, i colori più accesi: lamore è ritmo, è fisicità, è inclinarsi verso l’altro. E ancora, in Bal du moulin de la Galette (1876), l’amore si moltiplica. Non c’è una sola coppia a chiedere l’attenzione dell’osservatore, ma nella tela si muovono corpi che conversano, danzano sotto la luce screziata degli alberi di Montmartre. Qui il pittore compie forse il gesto più all’avanguardia: fare della felicità un’esperienza collettiva. La gioia non è privilegio privato, ma atmosfera condivisa. La luce che si posa sui volti, sui cappelli, sugli abiti non distingue: unifica. È la modernità vista non come contraddizione, ma come promessa di felicità.

Dal 17 marzo al 19 luglio 2026 il Musée d’Orsay a Parigi presenta la mostra Renoir e l’amore. Modernità felice (1865-1885), a cura di Paul Perrin in collaborazione con la National Gallery di Londra e il Museum of Fine Arts di Boston. L’esposizione condensa l’opera che Renoir realizza nel ventennio 1865-1885, periodo fertile, di piena affermazione dell’artista, scegliendo di proporre il tema dell’amore come segno della modernità annunciata dal pittore. Nella mostra al Musée d'Orsay opere riunite per la prima volta dopo quarant’anni, dialogano come capitoli di un romanzo in cui palpita il cuore di una società che esibisce il coraggio di mostrarsi felice. Non solo la celebrazione del sentimento, ma la costruzione di un immaginario moderno in cui lamore diventa forza della Storia.

 

( 13 marzo 2026 )

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Lo chiamavano «le peintre du bonheur», il pittore della felicità. Renoir scelse ostinatamente la luce, la grazia del sentimento, l’intimità

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