Mercoledì 3 giugno 2026, ore 19:43

Scenari

Quando il potere non avrà più bisogno di lavoratori. Né del popolo

La domanda decisiva non è cosa farà la macchina, ma chi la controllerà quando milioni di esseri umani cominceranno a diventare superflui all’interno del sistema che prima aveva bisogno di loro. Se la pone su Noticiasholisticas.com Marcelo Ramírez, analista geopolitico, scrittore e conferenziere argentino specializzato in analisi geopolitica e militare, conflitti contemporanei e dinamiche del mondo multipolare. “Questa non è una fantasia, è una realtà di cui il potere preferisce non parlare, per ora. Per più di due secoli, il mondo moderno si è sostenuto su una premessa che sembrava inamovibile: la maggior parte degli uomini doveva lavorare per sopravvivere. Quell’obbligo poteva essere duro, ingiusto, estenuante, persino umiliante, ma era importante perché organizzava l’insieme della vita sociale. Lo stipendio permetteva di comprare cibo, pagare un alloggio, mantenere una famiglia, educare i figli, pianificare la vecchiaia, fino a consumare il necessario e anche il superfluo. Intorno a quel salario si è quindi sviluppata una complessa architettura sociale con uno Stato che riscuoteva, aziende che vendevano e banche che prestavano, consentendo alle famiglie di pianificare. I sindacati negoziavano, i partiti promettevano, le scuole preparavano e la politica, con maggiore o minore onestà, pretendeva di rappresentare coloro che vivevano del proprio lavoro. Quel mondo non era necessariamente giusto, ma aveva una sua logica. Anche lo sfruttamento sociale riconosceva una verità elementare, ovvero che il lavoratore era necessario. Poteva essere mal pagato, disciplinato con la violenza, sostituito da un altro senza tante cerimonie o rinchiuso nella grigia routine di una vita senza grandi prospettive e con scarsi orizzonti futuri, ma continuava a occupare un posto all’interno del sistema. Il capitale, lo Stato e il mercato ne avevano bisogno; la società moderna, con tutte le sue ipocrisie, non poteva ancora dichiarare superflua la maggior parte degli esseri umani perché aveva bisogno di noi. L’intelligenza artificiale e la robotizzazione aprono oggi una fase diversa”. Ciò che appare all’orizzonte - per l’analista - è una mutazione dell’ordine economico, sociale e politico con la possibilità concreta di produrre sempre di più con sempre meno lavoro umano. Quando un sistema scopre di poter sostenere gran parte della propria produzione senza aver bisogno delle masse come forza lavoro, la situazione smette di appartenere al mondo dell’economia ed entra a pieno titolo nel terreno più buio della politica. “La discussione abituale è povera, quasi infantile, perché si limita a chiedersi se l’in telligenza artificiale distruggerà posti di lavoro o ne creerà di nuovi. Come soluzioni si parla di formazione, riqualificazione, adattamento, profili ibridi e tutte quelle frasi che servono a tranquillizzare il grande pubblico mentre il terreno si muove sotto i suoi piedi. Il problema reale, tuttavia, è molto più profondo e ben più scomodo perché ci porta a chiederci quale sistema sostituirà il capitalismo salariale quando il lavoro umano cesserà di essere il fulcro dell’eco nomia. È semplice, ma a molti costa accettarlo: se il salario si indebolisce come colonna portante della vita collettiva perché il lavoro si riduce, si indeboliscono anche i consumi, il gettito fiscale, la mobilità sociale e con essi la stabilità familiare, la legittimità politica e la stessa idea di cittadinanza economica”. La prima fase di questa trasformazione è già iniziata, anche se non ha bisogno di mostrarsi catastrofica per esserlo; nessuno vuole turbolenze sociali prima del tempo. Il colpo iniziale dell’IA ricade sul lavoro cognitivo di routine: scrittura, traduzione, programmazione di base, analisi documentale, assistenza clienti, rendicontazione. Design, marketing, amministrazione, assistenza tecnica, contabilità, risorse umane, compiti legali ripetitivi, produzione audiovisiva di base, ricerca preliminare. L’elenco cresce ogni giorno e sembra ormai infinito. “Ma c’è un’altra forma più silenziosa che funziona come un continuo gocciolio: un posto vacante che non viene coperto, un giovane che non viene assunto, uno staff ridotto, una funzione assorbita,

un compito che passa a essere svolto da uno strumento, una persona che inizia a fare il lavoro di più persone mentre le viene detto che dovrebbe sentirsi fortunata a essere ancora lì. Sottile ed efficace, l’acqua si riscalda ma la rana si sente a proprio agio e non salta come farebbe se fosse gettata direttamente nell’acqua bollente”. L’IA non è la tappa finale, poi verrà la seconda fase del processo con la robotizzazione. L’intelligenza artificiale, da sola, opera soprattutto nel mondo digitale, ma quando si unisce a sensori, visione artificiale, droni, bracci industriali, genera cose come veicoli autonomi, sistemi logistici, macchinari agricoli, robot di assistenza, sorveglianza automatizzata e dispositivi militari. Così smette di limitarsi a uno schermo e inizia ad agire sul mondo fisico. La sostituzione non riguarderà quindi più solo impiegati d’ufficio, amministrativi, programmatori di base o produttori di contenuti, ma raggiungerà i trasporti, la logistica, lo stoccaggio, l’agricoltura, la produzione, l’edilizia, la sicurezza, le pulizie, le consegne, la manutenzione, l’assistenza sanitaria di base e la guerra. Per prima cosa cadrà la ripetitività della mente e successivamente quella del corpo. Rimarrà poi una zona sempre più ristretta di lavori umani legati al giudizio, alla leadership, alla cura profondamente umana, al legame personale, alla vera creatività, cioè a tutti quegli spazi in cui la presenza umana conserva ancora un valore che la macchina non può imitare senza impoverire il senso dell’azione.

L’autore chiarisce una diffusa confusione che porta a conclusioni errate: il problema non è la tecnologia: “La tecnologia richiederebbe una condizione preliminare assente, ovvero che la tecnica fosse subordinata a una decisione politica superiore orientata al bene comune e non all’appetito immediato di chi già detiene il potere. Purtroppo oggi accade esattamente il contrario. L’intelligen za artificiale viene incorporata nella logica del mercato concentrato volta a ridurre i costi, aumentare la produttività, sostituire i lavoratori, indebolire la dipendenza dal lavoro umano e concentrare il surplus in poche mani. Non si discute seriamente su come distribuire la produttività generata dall’automazione, ma solo su come essere più competitivi”. La politica, nel frattempo, arriva in ritardo, se mai arriva. La destra liberale vede la trasformazione come un’evoluzione spontanea del mercato. Se alcuni posti di lavoro scompaiono, ne appariranno altri; se qualcuno rimane fuori, dovrà formarsi; chi affonda è perché non ha saputo adattarsi. La sinistra continua a rimanere intrappolata nelle categorie industriali del XX secolo: capitale e lavoro, fabbrica e operaio, sindacato e salario. Tutti “continuano a trattare l’intelligenza artificiale come una questione tecnica, secondaria o riservata agli specialisti, spesso con l’idea che il cambiamento non avverrà in questo modo, che si tratti di un’esagera zione allarmistica che non tiene conto dei problemi immediati e reali. Questo errore può essere fatale perché nel mondo che sta arrivando, un paese che non controlla la propria infrastruttura di intelligenza artificiale non controllerà pienamente la propria economia, la propria istruzione, la propria difesa, la propria amministrazione pubblica né il proprio sistema di comunicazione. I media svolgono il loro solito ruolo frammentando il problema per impedire di vedere il quadro completo. Il mondo accademico, dal canto suo, misura, classifica, calcola e nomina. Poco incline a uscire dal quadro delineato dai propri colleghi, parla solo in modo ellittico di esposizione lavorativa, automazione parziale, complementarità, produttività, transizione delle competenze, impatto settoriale e cambiamenti nella struttura occupazionale. Il capitalismo salariale entra quindi in una profonda contraddizione. Un’azienda può trarne vantaggio individualmente automatizzando e licenziando, ma se tutte fanno lo stesso, il sistema distrugge la propria base sociale.

Raffaella Vitulano

( 3 giugno 2026 )

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