Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”scriveva Antonio Gramsci con parole che meglio non potrebbero descrivere la situazione paradossale e spaventosa che il nostro mondo sta vivendo negli anni più recenti. Trump firma, Netanyahu bombarda. L’ex uomo di intelligence israeliana, Ari Ben-Menashe - che ha sostenuto per anni che Epstein fosse una risorsa del Mossad coinvolto in una vasta operazione di “honey trap” per ricattare figure influenti - suggerisce che il presidente israeliano sarebbe pronto a rivelazioni esplosive contro il governo Usa. Trump sembra invece deciso a calare il resto delle sue carte, anche sull’attacco terroristico militare sventato dall’Fbi il giorno del suo compleanno per uccidere lui ed i presenti alla sua festa attraverso un attacco di droni e cecchini, un piano elaborato e concepito, come hanno riferito fonti di intelligence di Belgrado, da un gruppo assoldato e armato da vari governi europei. La guerra di Bruxelles a Trump alza il tiro. Altro che sorrisi e salamelecchi nei giardini di Maria Antonietta. All’indomani della firma di Versailles apparecchiata dal piccolo Napoleone, l’accordo di Washington con l’Iran conferma che accontentare Israele non è più tra le priorità del governo Trump, ma anche la vecchia Ue e Zelensky sono ormai un vero nemico. E apriamo una parentesi: Trump vorrebbe che Meloni negoziasse e attuasse il Trattato del Quirinale in programma in settimana al vertice di Antibes in modo da non cedere terreno all’asse franco-tedesco e preservare margini di autonomia italiana (e di influenza americana) in settori strategici. Torniamo al Medioriente. La priorità di Trump sembra essere stata piuttosto intervenire nel mercato mondiale dell’energia con nuove geometrie tenendo a mente gli interessi Maga piuttosto che difendere l’alleato israeliano: è un fatto inedito, e piuttosto interessante. Meglio le criptovalute e i petrodollari delle monarchie del Golfo? Il preliminare (perché in realtà è di questo che si tratta), lascia molte questioni ancora aperte, ma l’establishment politico e militare israeliano non si aspettava che la campagna congiunta israelo-americana contro l’Iran si concludesse in questo modo: se nel testo l’Iran sembra avere molti spazi di manovra, Israele subisce infatti importanti limitazioni militari. Termina così la tensione permanente tra Washington e Teheran che non hanno rapporti diplomatici ufficiali dal 1979. L’accordo porterà alla fine di ogni sanzione e alla restituzione dei fondi congelati dalle precedenti amministrazione ligie alla pressioni israeliane. Per molti israeliani, qualsiasi frattura nel rapporto tra il Paese e Washington è vista come una minaccia esistenziale. Ecco perché quasi il 60% dei cittadini israeliani è pronto a rinunciare a Netanyahu alle prossime elezioni. In un momento in cui Israele appare indebolito e sempre più isolato da Washington, Stati come il Qatar e la Turchia potrebbero anche chiedere concessioni a Washington in cambio del mantenimento di stretti legami con l’amministrazione Trump, anziché un ulteriore avvicinamento a Iran e Cina. Tali concessioni potrebbero comportare modifiche al controllo israeliano su Gaza. Mentre Trump conduceva una guerra che - lo sapeva benissimo - non poteva concludere, gli stati del Golfo si sono compattati, hanno ripreso i rapporti diplomatici con Teheran e hanno impedito una crisi regionale più ampia. La tardiva svolta pragmatica di Abu Dhabi ha tuttavia fatto sì che Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti non perseguissero più politiche estere rivali, e la tradizionale tattica israeliana del ’divide et impera’ non ha trovato più nulla da dividere. “È anche il modo più sicuro per mantenere vivo l’interesse di Washington, e qui la questione si sposta sul denaro. Una pace che revochi le sanzioni aprirebbe le porte alla ricostruzione dell’Iran, e la ricostruzione offre un mercato che potrebbe interessare sia l’amministrazione Trump che la Trump Organization. Sebbene il Golfo possa rappresentare una porta d’accesso, anche le aziende americane possono trarne profitto. Se si presentasse a Trump la diplomazia come una pace redditizia, potrebbe finalmente ignorare le critiche provenienti da Tel Aviv” scrive Andreas Krieg su Middle East Eye. Donald guarda ai paesi arabi con interesse da molto tempo. Washington vuole il petrolio. Israele vuole la terra. Fa quindi sorridere che un importante analista della difesa Usa abbia dichiarato a Fox News Digital che l’intensificarsi delle fughe di notizie e delle tese telefonate tra il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu - che lasciavano presagire una rottura nei rapporti a causa dell’Iran - farebbero in realtà parte di una calcolata strategia per tenere Teheran sulle spine. I media israeliani, tuttavia, non la pensano così. “L’umiliazione inflitta da Trump a Netanyahu segna una svolta epocale nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Israele sembra meno una potenza regionale indipendente” titola Dan Perry, ex caporedattore dell’Associated Press per Europa, Africa e Medio Oriente ed ex presidente dell’Associazione della stampa estera di Gerusalemme, oggi editorialista su Forward, la principale voce del giornalismo ebraico negli Stati Uniti. “ Trump sta trattando Netanyahu meno come il leader di un alleato sovrano e più come un subordinato da cui ci si aspetta che obbedisca agli ordini”. Se poi aggiungiamo che da un lato Microsoft ha interrotto alcuni servizi cloud destinati all’esercito israeliano e dall’altro il Pentagono ha innalzato il livello di allerta per il rischio di attività di spionaggio da parte di Israele nei confronti di alti funzionari statunitensi, si può dedurre che forse la pressione durava da tempo e che il rischio annuciato di false flas non è poi così remoto. Dan Perry ricorda che anche in passato i presidenti americani hanno esercitato pressioni sui leader israeliani, ma in privato. Questa volta l’umiliazione faceva parte della prassi strategica: “Trump vuole che Teheran, Beirut, Riyadh, Doha, Il Cairo e tutte le altre capitali mediorientali capiscano che è lui a controllare il ritmo dell’escalation e che Netanyahu ha obbedito all’ordine di fermarsi”. Se è vero che documenti trapelati nell’ottobre del 2025 dimostrano che, mentre gli stati arabi condannavano pubblicamente Israele per la guerra di Gaza, alcuni collaboravano con Tel Aviv e con gli Stati Uniti nella creazione di una struttura di sicurezza regionale per contrastare la minaccia comune rappresentata dall’Iran, l’accordo che ne è derivato sembra preservare gran parte dell’architettura di destabilizzazione dell’Iran, che i numerosi critici del regime speravano di vedere smantellata. Strategia o doppiogiochismo? La guerra ha dimostrato che Teheran può generare un panico economico globale immediato attraverso strumenti relativamente economici e può sfruttare tale panico per ottenere concessioni diplomatiche. Si è capito fin dalle prime battute che Trump e Netanyahu si sono sempre mossi in direzioni opposte. Trump ha bisogno di stabilità. Netanyahu, alle prese con sondaggi deludenti e una crescente stanchezza dell’opinione pubblica, ha bisogno di sconvolgimenti. “Trump, in modo insolito per lui, ha deciso - scrive Philip M. Giraldi - di frenare i suoi padroni israeliani perché ha disperatamente bisogno di pace per avere il tempo di risanare l’economia mondiale, sempre più carente di energia, che minaccia di avere un impatto negativo sugli Stati Uniti a causa della sua collaborazione con la terribile decisione di Netanyahu di distruggere l'Iran. Si avvicinano le elezioni di metà mandato che con ogni probabilità riporteranno i Democratici al potere al Congresso e, se ciò accadesse, si parla già di impeachment per Trump”. Il nuovo piano del presidente Usa per Gaza segna intanto una rottura radicale con la politica israeliana: potrà avere successo? La conclusione di Dan Perry è molto chiara: se l’Autorità Palestinese tornasse di fatto a Gaza, la pace potrebbe essere possibile: “La realtà è che l’Autorità Palestinese, pur con i suoi difetti, rimane l’unico organismo politico palestinese in grado di sostituire Hamas a Gaza”.
Raffaella Vitulano

