Preparati alla guerra, E anche a trattare. Dall’Iran arrivano segnali di collaborazione con l’amministrazione USA, dopo la sollevazione popolare dei giorni scorsi e la risposta dura del regime che avrebbe causato più di 3mila morti, secondo l'Organizzazione dei mujaheddin del popolo iraniano (PMOI), e più di 10mila arresti. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che Teheran è pronta per negoziati basati sul “rispetto reciproco”. Dichiarazioni confermate anche dal portavoce del ministero Esmail Baghai, come riportano media francesi, secondo il quale i canali di comunicazione con un inviato americano sono “aperti”, nonostante l'assenza di relazioni diplomatiche tra i due Paesi. “I messaggi vengono scambiati - ha affermato Bagnai - ogni volta che è necessario”, aggiungendo che l'Iran è favorevole al ricorso alla diplomazia, non ha mai abbandonato il tavolo delle trattative, ma che non si impegnerà in negoziati che non siano bilaterali. L’Iran, ha precisato il ministro degli esteri, “non sta cercando la guerra”, mettendo in guardia gli avversari da qualsiasi “errore di calcolo”, assicurando però che il regime è “ancora più preparato” al conflitto rispetto alla guerra dei 12 giorni dello scorso giugno contro Israele. Il ministero degli esteri considera legittime le restrizioni come risposta alle proteste della popolazione, e annuncia che il blocco totale di internet e blackout delle comunicazioni “continuerà finché non ci assicureremo che non ci siano più minacce”. Gli USA stanno studiando la possibilità di un intervento militare. E’ in programma una riunione alla Casa Bianca tra il presidente Trump, il segretario di Stato americano Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine. Secondo il presidente americano, l’Iran “sta varcando la linea rossa”, il che significa che a Washington si stanno valutando “opzioni molto concrete”. Gli USA, ha detto Trump, stanno “esaminando la situazione con molta serietà: prenderemo una decisione”. Qualsiasi attacco statunitense “porterà l'Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi”, ha avvertito il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, legando così la crisi interna a una nuova destabilizzazione della regione. In queste ore sta prendendo forma anche la mediazione della Gran Bretagna. Secondo la BBC, infatti, l’ambasciatore inglese a Teheran, Hugo Shorter, ha avuto “colloqui” con il ministero degli esteri iraniano. Sepideh Farsi, regista iraniana in esilio, ha invitato la comunità internazionale, parlando a radio France Inter a "usare mezzi diplomatici per fare pressione sul regime, che è indebolito”. La cosa “migliore da fare”, secondo Farsi, “è liberare i prigionieri politici, i dissidenti incarcerati, tra cui Narges Mohammadi, premio Nobel, e molte altre forze politiche che potrebbero influenzare il dibattito”. La comunità internazionale, ha osservato, “invece di attaccare, potrebbe ottenere il loro rilascio, potrebbe esercitare pressione. Ai tempi dello Scià, una commissione internazionale venne a visitare le carceri iraniane. È possibile. Dobbiamo usare mezzi diplomatici per fare pressione sul regime”.
Pierpaolo Arzilla

