Alla fine “deciderà Trump”, rilevano ambienti militari. Le probabilità di un attacco restano elevate: almeno una possibilità su due che il presidente americano muoverà l’artiglieria pesante, sulla scorta di quanto accaduto con l’operazione midnight hammer dello scorso giugno e del blitz che ha provocato la destituzione di Maduro in Venezuela. Un altro ricorso alla forza, si sostiene, non avrebbe ripercussioni sul piano interno, e dunque è un’ipotesi molto praticabile, soprattutto per i falchi dell’amministrazione USA, a cominciare da Marco Rubio. Il segretario di Stato è sempre più convinto che l'Iran rappresenti una “minaccia molto grande” per gli USA, pur chiarendo che Trump preferirebbe usare con Teheran la via diplomatica. Rubio sostiene che il regime degli ayatollah stia tentando di riavviare il suo programma nucleare, anche se “non si stanno arricchendo in questo momento, ma stanno cercando di arrivare al punto in cui finalmente possono farlo”. Deciderà Trump, dunque. Il messaggio arriva chiaro anche da Israele, dove l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee ricorda che il presidente è stato “molto, molto chiaro” su cosa ci si aspetta da un accordo sulle armi nucleari. Che, tuttavia, rileva Huchabee, è solo “una parte” del problema. ”Gli iraniani - afferma - sanno cosa devono fare se vogliono risolvere la questione pacificamente”, riporta Al Jazeera. Si tratta, tra l’altro, dello stesso Huckabee che ha suscitato indignazione dopo aver dichiarato in un'intervista che “sarebbe d’accordo" se Israele prendesse la maggior parte del Medio Oriente, in conformità con la sua interpretazione della Bibbia. In un commento su X di Mohamed El Baradei, ex capo dell’AEIA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, parla di “remake dell’Iraq”. Gli Stati Uniti, scrive El Baradei, “stanno intensificando il martellamento bellico contro l'Iran, senza spiegazione dell'inesistente autorità legale di usare la forza e senza alcuna prova di una 'minaccia imminente', se non con scenari ipotetici basati su possibili intenzioni future. Questo è un remake dell’Iraq, sembra che non impariamo mai”. In merito ai colloqui a Ginevra, il ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, parla di un’"atmosfera positiva” e uno “scambio di idee costruttivo”. Al Jazeera riporta anche le dichiarazioni un portavoce del ministero degli esteri iraniano alla televisione di Stato, che ha affermato che “sono state sollevate importanti proposte sia sul programma nucleare che sulla rimozione delle sanzioni”, durante la prima parte dei colloqui di giovedì, definiti “molto seri”. Sono state, infatti, “sollevate iniziative su quali consultazioni con le capitali siano necessarie”, ha aggiunto, suggerendo la necessità che i colloqui vadano oltre questo terzo ciclo. C’è da essere moderatamente ottimisti, dunque? Trump, osservano alcuni analisti militari, si è intrappolato dicendo di voler liberare il popolo iraniano all'inizio di gennaio, un annuncio considerato un errore madornale. E proprio a causa di questa dimostrazione di forza, il presidente si ritrova ora bloccato nella sua stessa scelta opzione bellica. “Iran e USA”, afferma l'International Crisis Group, citato da Les Echos, “non sono mai stati sull'orlo di un conflitto di grandi dimensioni”.
Pierpaolo Arzilla

