Il 29 ottobre 2016 veniva promulgata la Legge 199 contro il caporalato, entrata in vigore il 4 novembre dello stesso anno. L’iter della legge nacque su iniziativa dei ministri di allora Maurizio Martina, Andrea Orlando e Giuliano Poletti. Tra i casi più eclatanti che spinsero i sindacati confederali a scendere in piazza per sollecitare la norma e successivamente il Parlamento a calendarizzare la norma, ci fu la morte di Paola Clemente, operaia agricola di San Giorgio Jonico. Centrale fu la modifica dell’art. 603 bis del codice penale, con la riscrittura del reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, così come l’introduzione della fattispecie di reato dello “sfruttamento del lavoratore approfittando del suo stato di bisogno”. La legge fu approvata all’unanimità e fu salutata con favore soprattutto dai sindacati: ha introdotto pene più severe e diverse aggravanti, ha ampliato la confisca obbligatoria dei beni o delle somme utilizzate per commettere il reato, ha previsto la punibilità anche del datore di lavoro. Dieci anni, tre legislature e cinque governi dopo, diverse iniziative sulla ricorrenza hanno messo in risalto come questa norma debba ancora essere pienamente valorizzata sul piano della prevenzione. “Era necessaria ma non sufficiente - ha detto il reggente della Fai Cisl Antonio Castellucci - e oggi gli interventi da mettere in campo riguardano ancora diversi fronti: lavoro regolare, abitazioni dignitose, trasporti sicuri, servizi accessibili, una politica migratoria capace di coniugare accoglienza, legalità e mercato del lavoro”. Obiettivo, quest’ultimo, che il decreto flussi continua a mancare, come dimostrato recentemente sia dall’indagine “Made in Immigritaly” che dal nuovo Dossier Statistico di Idos. "Lo sfruttamento - afferma Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl - non riguarda soltanto l’agricoltura, ma attraversa diversi settori, compreso quello della moda. Dobbiamo rilanciare la Rete del lavoro agricolo di qualità, che in circa il 70% dei territori risulta inesistente". “La legge del 2016 - ha commentato la leader della Cisl Daniela Fumarola - ha dato strumenti efficaci alla repressione, e i risultati si vedono, ma il caporale prospera dove non funzionano i servizi per trovare lavoro, dove mancano trasporti e alloggi dignitosi, dove una persona dipende da un intermediario per ogni aspetto della propria vita. È la prevenzione il terreno su cui dobbiamo crescere: attraverso la Rete del lavoro agricolo di qualità, la bilateralità e i servizi nei territori”. Se prima del 2016 le inchieste per caporalato erano una trentina, da allora ne sono state avviate circa 1.250 da oltre 80 Procure, in tutta Italia. Oggi rimangono purtroppo i tempi lunghi processuali, il basso numero di ispezioni e l’alto numero di irregolarità, l’incapacità di utilizzare adeguatamente i fondi pubblici, come è stato anche per il Pnrr. Inoltre manca all’appello il sistema informativo Silca, annunciato dal governo ma non ancora compiuto, per migliorare le ispezioni tramite un incrocio dei dati più completo. Tramite il tavolo interministeriale sul caporalato sono state recepite diverse proposte dei sindacati: è aumentato il personale ispettivo, da 3.848 unità del 2021 a 4.366, e si è garantito, a chi denuncia, l’ottenimento dell’assegno di inclusione e di un permesso di soggiorno speciale. Inoltre sono aumentate le aziende iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità, anche se rimangono decisamente poche Non meno importante, l’aver confermato nella strategia nazionale l’applicazione della condizionalità sociale prevista per i fondi pubblici europei, che invece altri Paesi vorrebbero eliminare. Motivo per cui il 3 novembre Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil manifesteranno davanti al Parlamento europeo per chiederne la conferma nella Pac 2028-2034. Anche Coldiretti, rivendicando di essere l’unica associazione agricola datoriale che ha sostenuto la clausola sociale nella Pac, ha annunciato che prenderà parte alla mobilitazione.
Rossano Colagrossi

