Segretario Tripoli, il 21 maggio è stato eletto alla guida della Femca Cisl. In un contesto caratterizzato da profonde trasformazioni economiche, industriali e sociali, quali saranno le priorità del suo mandato e quali sfide ritiene più urgenti per garantire una rappresentanza sindacale capace di interpretare i cambiamenti in atto?
Siamo in una fase storica di eccezionale complessità. Le priorità del mio mandato si sviluppano lungo quattro direttrici fondamentali: contrattazione, partecipazione, sicurezza e formazione. Viviamo in un’epoca di transizione industriale che va governata. La sfida più urgente è quella di riaffermare la centralità della persona e il valore del lavoro. Per garantire una rappresentanza sindacale all’altezza di tali mutamenti dobbiamo promuovere un modello di relazioni industriali improntato sulla partecipazione e sul Patto sociale proposto dalla Cisl. Non ci serve un sindacato puramente difensivo o di testimonianza. Serve una rappresentanza attiva, di prossimità, capace di negoziare l’innovazione sul territorio e dentro le aziende. Dobbiamo saper intercettare i bisogni, sia dei lavoratori dei grandi player industriali, sia di quelli occupati nelle Pmi della filiera produttiva, che rappresentano l’ossatura del nostro Paese e che spesso risultano più esposti alle turbolenze dei mercati. Il nostro ultimo Congresso si è mosso esattamente in questa direzione, con la nascita del comparto Manifatturiero. Partiamo dal tema della rappresentanza. L’istituzione del quarto comparto risponde alle indicazioni dell’accordo quadro, alle nuove esigenze del mondo del lavoro e alla necessità di tutelare i più fragili, spesso occupati in realtà imprenditoriali di piccole dimensioni, caratterizzate da maggiore frammentazione e, talvolta, da carenze sul piano della legalità e delle tutele. Le nostre “periferie del lavoro”, come abbiamo più volte affermato, rappresentano una priorità strategica. La realtà che abbiamo di fronte è composta da grandi gruppi industriali, come quelli del settore farmaceutico e dell’energia, ma anche da una fitta rete di piccole e medie imprese nelle quali risulta più complesso garantire una presenza sindacale capillare. Ritengo necessario a ogni livello valorizzare i valori fondanti della nostra organizzazione, generando nuova linfa attraverso percorsi di appartenenza che consentano di avvicinare le persone e di rappresentarle anche nelle realtà più lontane e meno organizzate. Il tema della rappresentanza, inoltre, non può essere affrontato esclusivamente sotto il profilo della misurabilità. Esso riguarda anche la fiducia, l’affidabilità delle organizzazioni sindacali, la qualità delle relazioni industriali e la gestione del conflitto.
I comparti rappresentati dalla Femca stanno attraversando una fase particolarmente complessa, segnata da innovazione tecnologica, transizione ecologica e mutamenti nei mercati globali. Quali sono oggi le principali preoccupazioni espresse dai lavoratori e come intende il sindacato rispondere a queste istanze?
La preoccupazione principale dei lavoratori riguarda la tenuta occupazionale a lungo termine e la perdita del potere d’acquisto salariale, logorato da dinamiche inflattive che nel 2026 sono tornate a riaccendersi. C’è poi un forte timore legato all’obsolescenza delle competenze professionali: l’intelligenza artificiale, l’introduzione di nuove tecnologie e i processi di decarbonizzazione rischiano di escludere chi non viene adeguatamente riqualificato. Non meno importante è il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, che per noi resta una priorità non negoziabile. Come Femca rispondiamo a queste istanze attraverso due pilastri. Il primo è la contrattazione collettiva, sia nazionale che di secondo livello, che deve agire come scudo sociale e volano di valorizzazione professionale. Il secondo è il potenziamento degli enti e dei fondi bilaterali, che garantiscono un welfare integrativo solido e percorsi formativi mirati. Vogliamo che la formazione sia riconosciuta come un vero e proprio diritto soggettivo del lavoratore, con percorsi continui di aggiornamento professionale e di sviluppo delle competenze necessarie per gestire i cambiamenti dell’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi. Tuttavia, il tema della formazione riguarda anche la Femca stessa. Dobbiamo avere una politica dei quadri che metta dirigenti e operatori in condizione di governare il cambiamento, con una preparazione costantemente aggiornata sui grandi temi che interessano il mondo del lavoro e i nostri settori. Il tutto in un contesto che favorisca la socializzazione, il confronto e la condivisione delle esperienze, evitando che le buone pratiche sviluppate nei territori vadano disperse.
Soffermiamoci sui tre settori industriali di riferimento della Femca: il chimico, il tessile-moda e l’energia. Ognuno di essi presenta dinamiche e sfide molto diverse. Qual è l’andamento reale di questi comparti oggi e in che modo le politiche industriali e contrattuali devono differenziarsi per salvaguardare l’occupazione, sostenere gli investimenti e rafforzarne la competitività?
Siamo di fronte a tre settori importanti che viaggiano a velocità e con problematiche profondamente diverse e questo ci impone una forte differenziazione nelle nostre risposte contrattuali e nelle richieste di politica industriale che rivolgiamo a imprese e Governo. Partiamo dal chimico e farmaceutico, un’eccellenza del nostro sistema industriale che, pur mostrando una forte tenuta della produzione a livello globale (con l’export del farma in costante e forte crescita, nonostante dazi e concorrenza cinese), soffre pesantemente l’impatto di criticità regolatorie e geopolitiche che rischiano di frenarne l’attrattività. Vi sono comunque forti tensioni in alcuni ambiti del farmaceutico che seguono logiche di disinvestimento speculativo, com’è il caso della vertenza Teva, su cui abbiamo messo in campo scioperi e mobilitazioni. Qui la nostra azione contrattuale deve puntare sulla valorizzazione della ricerca, sulla tutela degli stabilimenti strategici e su accordi di produttività che difendano la qualità dell’occupazione.
Il settore tessile-moda, invece, sta vivendo una fase di crisi congiunturale e strutturale tra le più difficili dell’ultimo decennio. Nel corso del 2025 il comparto ha registrato una contrazione del fatturato intorno al 3%, frenato dal forte rallentamento del mercato del lusso e dalla debolezza della domanda internazionale extra-Ue. L’impatto sociale è pesante, con una forte ondata di chiusure di imprese artigiane e piccole aziende della filiera nei distretti storici del Paese. Lo sciopero nel Gruppo Kering dello scorso maggio ha evidenziato come la crisi morda anche i grandi marchi e le loro riorganizzazioni. Al tavolo di confronto attivo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy abbiamo chiesto con forza misure d’urgenza straordinarie, a partire dall’estensione della cassa integrazione in deroga per tutelare i lavoratori dell’intera filiera, comprese le ditte in subfornitura e gli artigiani, per non disperdere un know-how unico al mondo.
Infine, il settore energetico si trova nel pieno di una trasformazione epocale legata alla decarbonizzazione. Sebbene l’Italia stia registrando passi avanti infrastrutturali e normativi nella transizione ecologica, non possiamo permettere che la transizione avvenga a spese dei lavoratori. Serve pragmatismo: la transizione deve essere socialmente sostenibile. Lo abbiamo ribadito con forza nella gestione di vertenze delicate come quella della raffineria Isab di Priolo, dove la priorità resta una soluzione industriale stabile e di lungo termine, capace di garantire continuità produttiva e occupazione al di là delle dispute geopolitiche internazionali. Al contempo, dove le relazioni industriali sono solide, riusciamo a siglare accordi di eccellenza, come il recente rinnovo del Premio di Risultato Eni per il biennio 2025-2026, che mette al centro partecipazione, sicurezza e un welfare aziendale robusto. Il minimo comune denominatore è, per ciascuno dei nostri settori, quello dei costi energetici. I prezzi dell’energia in Italia sono sensibilmente più alti del resto dei Paesi dell’Unione Europea, arrivando talvolta a doppiare quelli di concorrenti europei come Spagna e Francia. Questo penalizza gravemente le nostre industrie energivore, esponendole al rischio di perdita di competitività. Ed esponendo il lavoro, i lavoratori e i territori alla minaccia di delocalizzazioni e all’impoverimento del tessuto produttivo.
Il tema del potere d’acquisto e la partecipazione attiva sono al centro delle rivendicazioni dei lavoratori. Con l’entrata in vigore della Legge 15 maggio 2025, n. 76 sulla partecipazione e in vista dei prossimi rinnovi contrattuali, quali obiettivi vi ponete per garantire salari adeguati e valorizzare il ruolo del sindacato?
La proposta per un accordo quadro sugli assetti contrattuali individua alcuni temi centrali: il “salario giusto”, i criteri di misurazione della rappresentatività, la salute e sicurezza, la formazione e la partecipazione. La contrattazione decentrata deve essere estesa e valorizzata, superando la concezione che la identifica come contrattazione di secondo livello o di minore importanza rispetto al Ccnl. Il tema del salario giusto impone il superamento della logica del salario minimo e richiama la distinzione tra Tec e Tem. Sul fronte della rappresentanza è necessario definire criteri certi di misurazione, ma si tratta di un tema che non può essere affrontato esclusivamente sotto questo profilo, perché riguarda anche la fiducia, l’affidabilità delle organizzazioni sindacali, la qualità delle relazioni industriali e la gestione del conflitto. Per quanto riguarda la formazione, occorre affermare il diritto soggettivo lungo tutto l’arco della vita lavorativa, mentre salute e sicurezza devono continuare a rappresentare una priorità assoluta. Ultima non ultima, la partecipazione, strumento fondamentale per governare tutte le transizioni in atto. Non si tratta solo di una riforma economica, ma della più grande rivoluzione culturale del lavoro italiano. Portare la voce e la responsabilità di chi lavora nelle decisioni e negli utili delle imprese significa dare un’anima allo sviluppo, unendo finalmente la competitività industriale alla giustizia sociale.
Sara Martano

