La sostenibilità sta a cuore ai lavoratori e alle aziende e dovrebbe essere sempre più al centro della contrattazione collettiva. E’ quanto emerge da un’indagine promossa da Fai Cisl, Flai Cgil, Uila Uil e Unione Italiana Food tra gli addetti dell’industria alimentare del milanese. Al questionario, presentato durante un convegno e realizzato in collaborazione con Gi Group, hanno risposto in prevalenza donne (60%), over 50enni (40%), personale stabile (74%, a fronte del 26% in somministrazione), con titolo di studio elevato (51,1% tra laurea e post laurea). Il 97,3% ha dichiarato che la propria azienda è impegnata sul tema della responsabilità sociale e oltre la metà conosce le iniziative adottate. Un valore che raggiunge quasi il 60% fra i dipendenti, mentre scende al 39% fra i somministrati. La consapevolezza aumenta anche con l’età. “Questo dato - ha osservato Antonio Castellucci, reggente della Fai Cisl nazionale - ci dice che a questa legittimazione generale non corrisponde una conoscenza uguale per tutti. Ciò significa che il tema della sostenibilità, pur essendo formalmente presente nelle politiche di impresa, rischia di rimanere meno accessibile per le figure più deboli o più periferiche del mercato del lavoro. E questo è il primo nodo sindacale da affrontare”.
La dimensione percepita come più sviluppata dalle aziende è quella ambientale (84%), mentre la governance appare meno conosciuta (15%). Ma il dato più rilevante è un altro: tra gli ambiti di azione concreta gli intervistati richiamano i diritti dei lavoratori (70%), il lavoro flessibile (62%), le pari opportunità (57%), quindi l’inclusione, i diritti umani e la formazione continua. La sostenibilità non coincide solo con la riduzione dell’impatto ambientale, ma riguarda la qualità del lavoro, le relazioni interne, il rispetto dell’individuo. “Per i lavoratori - ha aggiunto Castellucci - il successo dell’impresa dipende anzitutto dalla sua capacità di investire sulle persone. È un passaggio molto importante, perché fa capire che la sostenibilità è credibile quando entra nella vita quotidiana, nelle tutele, nella valorizzazione professionale, nei percorsi di inclusione, nelle opportunità di crescita, nella dignità delle condizioni lavorative”.
Anche sul terreno della valutazione il quadro è articolato. Gli intervistati apprezzano il valore delle misure e delle azioni messe in campo (“molto o abbastanza” per il 90%), ma chiedono una maggiore concretezza e verificabilità. E qui si inserisce il tema della contrattazione, considerata molto importante dal 57%.
“La sostenibilità - ha concluso il sindacalista - è tanto più credibile quanto più diventa esperienza vissuta, partecipazione concreta e investimento sul capitale umano. Il contributo individuale non va contrapposto alla dimensione collettiva. Le persone sono disponibili a impegnarsi, ma chiedono serietà, coerenza e rispetto degli equilibri di vita e lavoro. La contrattazione serve a evitare che il coinvolgimento individuale diventi arbitrio, volontarismo o solitudine organizzativa. Deve trasformarlo in partecipazione regolata, esigibile e inclusiva”. Oltre il 37% si sente molto coinvolto in questi processi (ma quasi il 29% “poco o per nulla”) e più del 60% sarebbe disponibile a dedicare volontariamente fino a due ore alla settimana a progetti di responsabilità sociale. C’è un ultimo aspetto da considerare: la sostenibilità è desiderata, aumenta motivazione e benessere, migliora la percezione del lavoro, ma non può essere proposta come moneta di scambio per comprimere reddito, diritti o tutele.
Mauro Cereda

