Giovedì 1 ottobre 2026, ore 16:25

Industria

Da Electrolux a Beko: cosa accade nel settore dell’elettrodomestico?

Il settore dell’elettrodomestico sta attraversando una fase delicata, tra calo dei volumi, pressione della concorrenza internazionale e necessità di nuovi investimenti. Le difficoltà coinvolgono alcuni dei principali gruppi presenti in Italia e mettono al centro il futuro degli stabilimenti e dei posti di lavoro. Electrolux e Beko Whirlpool  sono alle prese con percorsi industriali differenti ma accomunati dalla necessità di garantire produzione e occupazione.
Per il sindacato, non basta gestire le crisi: serve una strategia industriale capace di rilanciare il comparto. Conquiste ne ha parlato con il segretario nazionale Fim-Cisl Massimiliano Nobis.

Segretario il settore dell’elettrodomestico sembra vivere una crisi che non riguarda più soltanto singole aziende ma l’intero sistema produttivo italiano ed europeo. Qual è oggi, secondo la Fim, il problema principale? E quanto è ancora strategico mantenere in Italia una filiera dell’elettrodomestico?

Il settore degli elettrodomestici è in calo nel mercato Europeo, sia dal lato dell’offerta (in Italia si producevano 30 milioni di pezzi nel 2000, nel 2025 circa 9 milioni, con un breve impennata negli anni Covid 2020-21) che dal lato della domanda, 90 milioni la media di pezzi venduti in Europa negli anni pre-Covid a 83 milioni del 2024. La contrazione dipende da più fattori, tra cui la riduzione della capacità di spesa delle famiglie europee e il calo del numero dei componenti dei nuclei. Il mercato è inoltre saturo: l’80% degli acquisti riguarda la sostituzione di prodotti già posseduti. Tra le poche aree con un potenziale di crescita c’è la lavastoviglie, ancora non presente in tutte le famiglie. Rispetto a questo quadro insieme a Fiom e Uilm, avevamo chiesto a fine 2023 al ministro Urso l’istituzione di un tavolo permanete di settore considerato dallo stesso ministero strategico per l’intero sistema manifatturiero italiano. Abbiamo inoltre proposto di rafforzare la filiera di approvvigionamento della cosiddetta “componentistica” (i circa 2.200 pezzi necessari per assemblare una lavatrice provengono quasi totalmente dai mercati asiatici) e sostenere azioni di reshoring di aziende che producono semilavorati. La filiera italiana degli elettrodomestici resta infatti strategica anche sul piano occupazionale, con oltre 150mila addetti.

Parliamo di  Electrolux, che ha annunciato un piano con 1.700 tagli occupazionali e strutturali. Dopo gli ultimi confronti al Mimit, quali risposte vi aspettate dall’azienda sui volumi produttivi, sugli investimenti e sulla continuità dei siti italiani?

Poco è cambiato rispetto al piano “inaccettabile” presentato dalla multinazionale svedese lo scorso 11 maggio. Dopo otto incontri ministeriali, l’azienda conferma la cessazione della produzione di cappe a Cerreto d’Esi dal 1° gennaio 2027 e la conseguente chiusura dello stabilimento, che occupa 140 lavoratori. Gli esuberi, seppur ridotti a 1.450, restano numerosi e rappresentano il 35% degli addetti. A questi si aggiunge la mancata conferma di 226 contratti a termine. Inoltre, i volumi produttivi si riducono del 17% rispetto al budget produttivo 2026. Il piano prevede anche la delocalizzazione in Thailandia della produzione di 210mila lavasciuga oggi realizzata nello stabilimento di Porcia. In vista dell’incontro al Mimit del prossimo 5 ottobre, ci aspettiamo una proposta che garantisca la continuità produttiva e occupazionale dello stabilimento di Cerreto d’Esi, il mantenimento dei volumi produttivi e la salvaguardia dei posti di lavoro.

Sul fronte Beko, il passaggio al 100% della proprietà ad Arcelik apre una nuova fase. Il piano industriale 2025-2027 prevede investimenti importanti, ma il sindacato denuncia ritardi, calo dei volumi e un ricorso ancora significativo alla cassa integrazione. Cosa deve cambiare concretamente perché quegli investimenti si traducano in produzione e occupazione negli stabilimenti italiani?

Rispetto all’accordo siglato in sede ministeriale nell’aprile 2025, solo la parte sindacale ha rispettato gli impegni sottoscritti. Le uscite volontarie previste sono avvenute e, in alcuni casi, superandole. Beko Italy, invece, ha investito finora solo il 38% dei 300 milioni di euro previsti dallo stesso accordo. Gli effetti di questo parziale avanzamento si riflettono nella persistente necessità di ricorrere alla cassa integrazione e nei volumi produttivi, soprattutto nell’area del caldo, che risultano inferiori agli obiettivi indicati nel budget produttivo di riferimento. Nelle fabbriche e negli uffici si percepisce inoltre una situazione che alimenta la preoccupazione sindacale rispetto all’effettivo impegno della proprietà turca nel sostenere il rilancio industriale in Italia. Per questo riteniamo necessario chiarire se l’acquisizione di Whirlpool abbia avuto finalità prevalentemente commerciali, legata all’acquisizione di quote di mercato, o se esista una strategia industriale di lungo periodo per il nostro Paese. Nell’incontro dell’8 ottobre chiediamo a Beko Italy di presentare la pianificazione degli investimenti ancora mancanti rispetto all’accordo dell’aprile 2025 e di illustrare i progetti relativi a nuovi prodotti a marchio Whirlpool. Al Governo chiediamo di comunicare quale soggetto industriale intenda rilevare e rilanciare il sito di Siena, accompagnando l’annuncio con tempi, risorse e obiettivi verificabili.

C’è poi Whirlpool, con la nuova crisi della sede di Fabriano e circa 40 lavoratori tra ingegneri, tecnici e progettisti a rischio. Quanto preoccupa la possibile perdita di queste competenze e della ricerca e sviluppo? C’è il rischio che l’Italia perda non solo fabbriche ma anche pezzi importanti della capacità di progettare e innovare gli elettrodomestici?

Precisiamo che si tratta di Whirlpool Corporation, che in Italia ha mantenuto divisioni di ricerca e sviluppo prevalentemente orientate al mercato americano. La riduzione di queste 40 posizioni lavorative rappresenta comunque una perdita di competenze e professionalità e, più in generale, un depauperamento qualitativo del settore.

Segretario cosa chiedete oggi concretamente al Governo e alle multinazionali per evitare un progressivo ridimensionamento del settore? Quali misure dall’energia agli incentivi per la produzione e l’acquisto di elettrodomestici, fino agli investimenti in innovazione ritenete indispensabili per rilanciare la manifattura italiana e salvaguardare l'occupazione?

È necessario che il Governo convochi con urgenza il tavolo di settore, richiesto da Fim Fiom Uilm a fine 2023. Solo un’azione di sistema, anche con la presenza della rappresentanza industriale, può frenare lo smantellamento produttivo del settore e promuovere iniziative politiche per rilanciare il Made in Italy. In questi giorni il Ministro Urso si trova a Bruxelles per sostenere l’apertura di un dossier a sostegno del settore. Attendiamo gli esiti di questa iniziativa e i possibili sviluppi in sostengo anche delle vertenze Electrolux e Beko Italy.

Sara Martano

( 1 ottobre 2026 )

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