Un anno dopo torna la protesta degli operai di Eurallumina, e con questa l'occupazione di uno dei forni della fabbrica. In concomitanza del sit-in e dell'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori convocati nello stabilimento di Portovesme, una delegazione ha occupato oggi la sommità del forno di calcinazione statico, a oltre 60 metri d'altezza.
"Ritrovarci quassù quasi un anno dopo è la prova più evidente di quanto poco sia cambiato - spiegano - i lavoratori in presidio ai cancelli. Il segnale, netto e chiaro, è rivolto a governo, ministeri, Regione ed enti locali, che domani al ministero delle Imprese dovranno finalmente dire quali soluzioni intendono adottare". Gli ultimi mesi, è specificato, "raccontano un'inconcludenza che non è più tollerabile. I 9,6 milioni annunciati nel dicembre 2025 sono stati erogati solo in parte. E il tavolo del 15 settembre si è chiuso con un nulla di fatto e con l'ipotesi, ancora fumosa, di un'amministrazione controllata affidata a un commissario ad hoc".
L'1 ottobre, ricordano i lavoratori, "abbiamo denunciato pubblicamente che, senza risorse immediate, l'azienda era ormai avviata verso l'insolvenza. Il 13 ottobre, per la prima volta, si sono seduti allo stesso tavolo tutti i soggetti competenti: ministeri, Agenzia del demanio, Regione, provincia, comune di Portoscuso e Comitato di sicurezza finanziaria. Eppure anche quella riunione, svolta inspiegabilmente senza i rappresentanti dei lavoratori, si è conclusa senza alcuno stanziamento e senza alcuna soluzione per lo sblocco degli asset". Nel frattempo, proseguono, le risorse per la gestione dello stabilimento "sono finite e il consiglio di amministrazione ha già messo nero su bianco, con una formale diffida, che in assenza di interventi dovrà ricorrere alle procedure del codice della crisi d'impresa". Per questo, si legge, "proviamo rabbia e una profonda delusione. Non accetteremo che sia lo Stato italiano, con la sua inerzia, a condurre l'azienda verso il fallimento. I rischi non riguardano soltanto noi. Sono i lavoratori a garantire ogni giorno il trattamento delle acque e la barriera idraulica, il presidio del bacino dei fanghi rossi, la prosecuzione delle bonifiche e la gestione in sicurezza di decine di migliaia di metri cubi di liquido caustico stoccati in impianto". Se questo presidio si ferma, avvertono, "il danno ambientale per il territorio sarà gravissimo. Il conto ricadrà sullo Stato: la messa in sicurezza e la bonifica sono
stimate in circa 300 milioni di euro, a fronte dei pochi milioni necessari oggi per garantire la gestione ordinaria". Dalla riunione di oggi "pretendiamo, come obiettivo minimo, lo stanziamento immediato delle risorse necessarie alla gestione operativa dello stabilimento fino a fine anno - si legge - e, comunque, per tutto il tempo necessario a una soluzione strutturale". È giunta l'ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità".
Ce.Au.

