Venerdì 9 ottobre 2026, ore 16:45

Siderurgia

Ex Ilva: futuro a rischio, lunedì sciopero di 24 ore

Ventiquattro ore di sciopero lunedì in tutti gli stabilimenti ex Ilva. È la risposta dei sindacati Fim, Fiom e Uilm al termine dell’incontro a Palazzo Chigi. Un confronto che non ha prodotto le risposte attese sul futuro del gruppo siderurgico e sulle prospettive occupazionali. Resta l’assenza di un progetto industriale concreto, il rischio di una prolungata fermata produttiva e le conseguenze per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto. La valutazione dei sindacati è netta: le misure annunciate dall’Esecutivo possono rappresentare un primo intervento per contenere l’emergenza sociale, ma non risolvono il problema fondamentale, quello di garantire una prospettiva produttiva agli stabilimenti. “Non c’è al momento nessun progetto industriale per il rilancio dell’ex Ilva, solo cassa integrazione” sostengono i sindacati.

“La situazione è drammatica” afferma Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl, al termine dell’incontro durato circa tre ore. Il sindacalista riconosce che il Governo ha predisposto alcuni provvedimenti per proteggere i lavoratori, ma avverte che le misure di sostegno al reddito non possono sostituire un piano industriale capace di assicurare la continuità delle attività. “Se è vero che hanno predisposto dei provvedimenti per quanto riguarda la cassa integrazione in modo da evitare i licenziamenti nell’indotto e quindi faranno parte del decreto che verrà licenziato martedì prossimo, se è vero anche che hanno introdotto un elemento di integrazione al 70% per quanto riguarda la cassa integrazione dei lavoratori diretti, la cosa drammatica è che si sta prospettando una chiusura dal 15 di novembre” dichiara Uliano. Il timore riguarda in particolare il blocco non soltanto delle aree a caldo, ma anche delle aree a freddo, con ripercussioni sull’intera filiera produttiva. Una prospettiva che, per Uliano, “non è sostenibile e rischia di lasciare senza un’effettiva prospettiva occupazionale una parte consistente della forza lavoro. Noi - continua - abbiamo chiesto al Governo con forza che venissero alimentate le aree a freddo anche acquistando all’esterno dei componenti, quindi a partire dalle bramme, per poter alimentare Genova, Novi Ligure e la stessa Taranto nelle aree a freddo, ma la proposta non ha trovato disponibilità sul piano finanziario”.

Il quadro è aggravato dall’incertezza sui tempi della ripresa. “Non possiamo pensare che per gran parte dei 10mila lavoratori diretti di Ilva si prospetta una realtà che come minimo saranno 5 o 6 mesi di cassa integrazione” sottolinea il sindacalista, ribadendo che la mobilitazione di lunedì nasce proprio dall'insostenibilità di questa prospettiva. “Non ci sono passi in avanti rispetto alle questioni legate al progetto industriale che noi da tempo stiamo chiedendo” prosegue Uliano. Il Governo, infatti, subordina gli investimenti per la produzione di acciaio con forni elettrici e impianti per il preridotto alla presentazione di piani industriali credibili da parte dei soggetti che partecipano alla gara per l'acquisizione del gruppo. “Fino a quella situazione - conclude Uliano - noi non sapremo se effettivamente ci sarà una prospettiva per quanto riguarda la siderurgia e in particolare l’acciaieria primaria nel nostro Paese. E questa è una situazione che non possiamo tollerare”.

Intanto, sul fronte produttivo, a Taranto è terminata intorno alla mezzanotte e mezza tra l’8 e il 9 ottobre l’ultima colata di ghisa dell’altoforno 2. La sospensione delle attività dell’area a caldo è legata al decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, dopo il rigetto della richiesta di sospensione dell’esecuzione notificato il 5 ottobre. Il calendario giudiziario rappresenta un passaggio decisivo: il 20 ottobre le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione esamineranno i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento. In assenza di una decisione favorevole che consenta di modificare il quadro attuale, è previsto il progressivo spegnimento degli impianti, con il rischio di compromettere la possibilità di una ripartenza. Anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure sono interessati dalla prospettiva di una fermata generale entro il 15 novembre.

Sul piano occupazionale, il Governo punta a intervenire con un decreto-legge atteso nel Consiglio dei ministri di martedì. L’obiettivo è rafforzare le tutele sociali e fare in modo che la cassa integrazione sia uno strumento di accompagnamento verso la continuità produttiva, e non il preludio alla cessazione delle attività. Le risorse annunciate ammontano complessivamente a circa 125 milioni di euro: 80 milioni destinati alla cassa integrazione in deroga per i lavoratori delle imprese dell’indotto e dell’appalto, e circa 45 milioni per l’integrazione del trattamento di cassa integrazione straordinaria dei dipendenti di Acciaierie d’Italia e Ilva. Le misure, secondo quanto emerso dal confronto, dovrebbero garantire una copertura fino alla fine di giugno, mentre ulteriori dettagli saranno definiti con il provvedimento. Per i lavoratori diretti resta inoltre il riferimento al limite attualmente autorizzato di 4.450 unità in cassa integrazione nel gruppo, con scadenza al 28 febbraio 2027. Eventuali ampliamenti dovranno essere valutati con le organizzazioni sindacali, anche alla luce degli orientamenti espressi dalla Cassazione.

Sara Martano

( 9 ottobre 2026 )

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