Non è soltanto uno sciopero. È una richiesta di futuro, una voce collettiva che si alza davanti ai cancelli dell’ex Ilva per chiedere lavoro, dignità e certezze. A Taranto, fin dalle prime ore del mattino, i lavoratori di Acciaierie d’Italia e delle imprese dell’indotto-appalto si sono radunati davanti alle portinerie per dare il via a 24 ore di mobilitazione. Una protesta che supera i confini dello stabilimento ionico e assume dimensione nazionale. Sul piazzale si sono ritrovate migliaia di persone, unite dalla preoccupazione per un futuro sempre più incerto. Operai diretti e lavoratori delle aziende esterne condividono la stessa paura: che il progressivo arresto degli impianti si traduca in una crisi occupazionale senza ritorno.
La mobilitazione arriva dopo l’incontro di giovedì sera a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati. Un confronto che, secondo i rappresentanti dei metalmeccanici, non ha portato le risposte attese. Gli interventi annunciati sulla cassa integrazione, pur prevedendo risorse per sostenere i redditi, non affrontano il nodo centrale: quale sarà il destino industriale dell’ex Ilva? Per Fim, Fiom, Uilm e Usb, non è più tempo di rinvii. La richiesta è chiara: servono impegni concreti, un piano industriale definito e garanzie capaci di accompagnare la transizione senza scaricarne il peso su lavoratori e famiglie. “La fermata totale dello stabilimento produce incertezza, ma la cosa più grave è che manca ancora un piano - denuncia Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl -. Il blocco dell’area a caldo significa lasciare migliaia di persone senza attività e con la prospettiva della cassa integrazione”. Per D’Alò, il futuro dello stabilimento deve passare da una scelta industriale precisa: “Bisogna poter dire chiaramente che questo stabilimento deve poter marciare con i forni elettrici e Dri”. Una prospettiva che richiede responsabilità e posizioni nette da parte di tutte le istituzioni, dal Comune alla Regione, fino al Governo. Il sindacato non chiede ammortizzatori sociali destinati a protrarsi nel tempo, ma la possibilità di tornare a lavorare in condizioni sicure. È questo il cuore della protesta: il diritto al lavoro non può essere separato dalla tutela della salute e dell’ambiente. La decarbonizzazione, con la prospettiva dei nuovi forni elettrici e degli impianti Dri, non è soltanto una questione tecnologica, ma una scelta decisiva per il futuro economico e sociale di Taranto.
Sulla stessa linea Biagio Prisciano, segretario Fim Taranto, che giudica insufficienti le misure prospettate dall’Esecutivo: “Siamo qui per chiedere al Governo di riprendere il decreto legge, poiché riteniamo che le misure che sono state inserite siano insufficienti”, afferma. La richiesta dei lavoratori va oltre il sostegno economico temporaneo. “Noi vogliamo parlare di lavoro e non solo di cassa integrazione, un lavoro che deve essere rispettoso dell’ambiente e della salute - ribadisce Prisciano -. Accanto alle tutele immediate, servono strumenti straordinari per accompagnare chi rischia di restare senza occupazione, ma soprattutto una prospettiva industriale, sociale e ambientale capace di restituire fiducia a un territorio provato da anni di crisi”. Il sindacato invoca un intervento pubblico forte, in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, sostenere la transizione e impedire che la crisi si trasformi in un progressivo impoverimento della città. A rendere ancora più delicato il quadro sono gli impianti già fermi a Taranto e le ulteriori fermate previste a Genova e Novi Ligure da metà novembre. Pesano inoltre il provvedimento della Corte d’Appello di Milano relativo all’area a caldo in scadenza il 25 ottobre e l’assenza di materie prime per riprendere la produzione.
Nel frattempo, la protesta si allarga anche al piano istituzionale. Al presidio il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha espresso solidarietà ai manifestanti e rilanciato l’appello al Governo per interventi immediati. Per il primo cittadino, il futuro dell’acciaieria non può essere deciso senza garanzie concrete per l’occupazione e per il reddito delle famiglie. “Parliamo di un territorio che si è troppo impoverito e che certamente non può scendere al di sotto dei livelli attuali” dichiara Bitetti. Il sindaco sollecita inoltre una legge speciale per Taranto e la ripresa del tavolo interministeriale per attrarre investimenti e creare nuove occasioni di sviluppo difendendo l’occupazione.
Sara Martano

