A Taranto si avvicina lo spegnimento definitivo degli impianti dell’area a caldo, mentre migliaia di lavoratori attendono risposte sul proprio futuro occupazionale e sulle prospettive industriali dello stabilimento. La comunicazione è arrivata ieri mattina : la società Lize Italia è già al lavoro per smontare i bruciatori degli altiforni. Un passaggio che precede lo spegnimento degli impianti dopo circa due settimane di preriscaldo senza alcuna produzione. E’ l’effetto della sentenza della Corte di Cassazione che, respingendo i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, ha confermato il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo. Per i sindacati, non è più possibile procedere con interventi parziali o rinviare le decisioni. Dietro la fermata degli impianti ci sono migliaia di lavoratori, famiglie e imprese dell’indotto che da anni vivono una condizione di precarietà e incertezza. Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto chiedono che tutte le istituzioni, a partire dal Governo, si assumano le proprie responsabilità. La vertenza, sottolineano i sindacati, si trascina ormai da oltre quattordici anni e necessita di una soluzione strutturale, capace di coniugare lavoro, salute, ambiente e futuro industriale del territorio. Non bastano, dunque, gli ammortizzatori sociali. Occorrono misure straordinarie per i dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, di Ilva in amministrazione straordinaria e per l’intero sistema degli appalti e dell’indotto.
Un primo appuntamento è fissato per venerdì 6 novembre, quando al ministero del Lavoro si terrà l’esame congiunto sulla nuova richiesta di cassa integrazione straordinaria presentata da Acciaierie d’Italia. La domanda riguarda un massimo di 8.622 lavoratori, di cui circa 6.800 nello stabilimento di Taranto. Attualmente la cassa integrazione coinvolge 4.450 addetti, 3.800 dei quali nel capoluogo ionico. Per i sindacati l’incontro ministeriale non dovrà limitarsi a un passaggio burocratico. Servono garanzie precise sul numero dei lavoratori coinvolti e sul pagamento diretto della cassa integrazione da parte dell’Inps, assicurando regolarità e puntualità nelle erogazioni. Sul tavolo anche la necessità di prevedere, già dalla prossima manovra di bilancio, risorse per le uscite anticipate e volontarie, il riconoscimento del lavoro usurante per chi ha operato nel ciclo integrale e adeguati incentivi all’esodo.
Intanto, sul versante produttivo, l’azienda ha comunicato la ripresa, dal 10 novembre, dell’attività del Treno nastri 2, che lavorerà bramme provenienti dall’esterno. Una riattivazione limitata che consentirà a una piccola quota di personale di rientrare dalla cassa integrazione. L’attività proseguirà fino a poco prima di Natale, per poi fermarsi nuovamente. La ripartenza è prevista a gennaio, ma l’azienda ha dichiarato di avere, al momento, visibilità lavorativa soltanto fino a gennaio 2027. Anche sul fronte della vendita dello stabilimento le prospettive restano incerte. La cordata italiana guidata da Federacciai sembra orientata a rinunciare all’offerta per l’area a freddo, dopo le verifiche sugli impianti e le difficoltà emerse durante la due diligence. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha precisato che una decisione definitiva non è stata ancora presa. Al momento, il gruppo indiano Jindal appare il principale soggetto ancora in campo, mentre resta più defilato il gruppo americano Flacks. Il termine per la presentazione delle offerte vincolanti è fissato all’8 novembre. Intanto i sindacati annunciano tre giornate di assemblee, il 10, 11 e 12 novembre, per informare i lavoratori sugli ultimi sviluppi e discutere le prospettive della vertenza. La richiesta che arriva dai lavoratori è chiara: non si può parlare di futuro di Taranto senza garantire prima il futuro di chi, per anni, ha tenuto in piedi lo stabilimento.
Sara Martano

