Si chiude senza le risposte attese il tavolo tecnico interministeriale convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per affrontare la crisi dell’ex Ilva dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni. Dal confronto emerge un giudizio unanime delle organizzazioni sindacali: il Governo ha ascoltato le proposte ma non ha presentato alcuna soluzione operativa. I sindacati parlano di un incontro interlocutorio in un momento in cui, invece, sarebbero necessarie decisioni immediate per garantire la continuità produttiva, la tutela dell’occupazione e un percorso credibile di riconversione ambientale.
Per Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl, il confronto non può limitarsi all’ascolto e ribadisce che “la chiusura degli impianti significherebbe mettere a rischio 18 mila lavoratori e compromettere un settore strategico per l’industria nazionale”. Da qui la richiesta di un’iniziativa politica forte da parte dell’esecutivo che assicuri lavoro, reddito, sicurezza e ambiente. La richiesta è quella di una rapida convocazione a Palazzo Chigi, perché, avverte il sindacalista, “il conto alla rovescia è già iniziato”. Sulla stessa linea Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil, che definisce “negativo” il tavolo del Mimit e per il quale la presenza delle sole strutture tecniche non è sufficiente ad affrontare una vertenza che richiede decisioni politiche. Per il sindacato servono garanzie immediate su occupazione e salari, una strategia chiara sulla decarbonizzazione e un intervento pubblico capace di salvaguardare un impianto considerato strategico per il sistema industriale italiano.
Dal canto suo il Mimit conferma che durante la riunione sono state raccolte le proposte delle organizzazioni sindacali, incentrate sull’integrità del gruppo, la continuità produttiva, il risanamento ambientale, la decarbonizzazione e la tutela dell’occupazione. Le amministrazioni hanno annunciato che ne valuteranno la fattibilità nelle prossime settimane. Il ministero ha inoltre confermato che proseguono le valutazioni sulla procedura di gara e che il gruppo indiano Jindal ha ribadito l’interesse a partecipare all’attuale percorso di acquisizione. Resta tuttavia aperto il nodo delle risorse finanziarie necessarie per garantire la continuità aziendale e quello dei tempi imposti dalla sentenza della Corte d’Appello.
A rendere ancora più delicato il quadro è anche la situazione delle aziende dell’indotto, che da mesi denunciano il progressivo calo delle commesse e una crescente difficoltà nel garantire la continuità occupazionale. Le associazioni imprenditoriali del territorio hanno chiesto un decreto urgente che consenta di gestire la fase di transizione senza interrompere la produzione scongiurando quella che definiscono una vera e propria catastrofe economica e sociale. Secondo le organizzazioni dell’indotto, la chiusura dell’area a caldo comprometterebbe l’intero ciclo produttivo dello stabilimento, con effetti a catena su centinaia di imprese e migliaia di lavoratori. Una preoccupazione che si aggiunge alle richieste avanzate dai sindacati, convinti che la vertenza non riguardi soltanto Taranto ma l’intero sistema industriale nazionale.
Per i sindacati la priorità rimane quella di evitare il collasso produttivo, salvaguardare l’occupazione e accompagnare la transizione ambientale con investimenti concreti e una regia pubblica capace di dare certezze a lavoratori, imprese e territori. Il confronto prosegue con gli enti locali, le imprese siderurgiche e l’indotto, mentre il Governo prevede di riportare l’intera vertenza al tavolo di Palazzo Chigi all’inizio di settembre. Per i sindacati, però, settembre potrebbe essere troppo tardi. Il messaggio lanciato al termine dell’incontro è netto: senza decisioni immediate il rischio è quello di una crisi industriale e occupazionale senza precedenti, con pesanti conseguenze per Taranto, per migliaia di lavoratori e per l’intera filiera dell’acciaio italiana.
Sara Martano

