Una medicina amara da ingerire e, soprattutto, che non cura, ma anzi aggrava la malattia. Dopo 125 anni di attività in Italia la Bayer, multinazionale tedesca dell’industria farmaceutica, ha deciso di avviare una procedura di licenziamento collettivo per 49 persone della divisione Pharma, in forza nella sede milanese di viale Certosa, ma spalmate operativamente sul territorio nazionale. E’ la prima volta che accade. Negli ultimi anni l’azienda ha, infatti, dimezzato il suo organico in Italia, passando da circa 1.300 dipendenti agli attuali 620, ma sempre con misure “soft“, come accordi e incentivi all’uscita. Adesso il cambio di passo, che coinvolge 45 informatori scientifici e 4 impiegati. Per protestare contro questa decisione i sindacati, in tre assemblee convocate lo scorso dicembre a Roma, Catania e Milano, hanno proclamato 24 ore di sciopero, 8 delle quali si sono tenute ieri. In contemporanea sotto la sede milanese di Assolombarda è stato organizzato un presidio mentre era in corso un incontro fra le parti.
“Nel confronto con l’azienda - spiega il segretario generale della Femca Cisl metropolitana, Eustachio Rosa - abbiamo espresso il malessere dei lavoratori per questa decisione così drastica. Abbiamo inoltre evidenziato la necessità di intervenire per abbassare i numeri degli esuberi, anche attraverso la ricollocazione del personale, opportunamente riqualificato, in altre divisioni del gruppo. Da parte aziendale ci sono state delle aperture verso una soluzione condivisa, che però non sono al momento accettabili, sia per quanto riguarda l’aspetto occupazionale che per l’incentivazione economica all’esodo”.
L’età media dei dipendenti coinvolti nella procedura è di 55 anni, quindi si tratta di persone ancora lontane dalla pensione ma nello stesso tempo non facilmente inseribili nel mercato del lavoro. La lunghissima presenza di Bayer nel nostro Paese è stata recentemente celebrata anche attraverso un francobollo e un annullo filatelico, quasi un paradosso visto quello che sta accadendo. La scelta di ridurre ulteriormente gli organici sarebbe legata alla soppressione della linea cardiovascolare per la perdita di sostenibilità economica. In particolare l’azienda ha evidenziato il ridimensionamento del fatturato legato al prodotto Xarelto, colpito dall’ingresso anticipato nei farmaci generici, come uno dei principali fattori di squilibrio.
Il confronto è stato aggiornato con due nuovi appuntamenti per il 14 e il 21 gennaio. Nel frattempo resta proclamato lo stato di agitazione con ancora 16 possibili ore di sciopero. Non sono anni facili per la multinazionale, messa in difficoltà dall’operazione che nel 2018 ha portato all’acquisizione della statunitense Monsanto, al centro di numerose azioni legali oltreoceano, collegate all’accusa di effetti cancerogeni del glifosato, diserbante diffuso in tutto il mondo. Cause che, per i risarcimenti, sono costate cifre enormi al gruppo, con riflessi anche sulle altre attività.
Mauro Cereda

