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Cippa Lippa e super cazzole, programma politico

Cippa Lippa. Oggi che anche Gastone Moschin se n'è andato, l'ultimo attore superstite della saga dei tre film di "Amici miei" - nelle pellicole interpretava l'architetto Rambaldo Melandri - possiamo dire che tutti, i primi due film di Mario Monicelli (il primo da una idea di Pietro Germi) ed il terzo di Nanni Loy, rivisti adesso rappresentano un programma politico. Cippa Lippa è un programma politico, la frase non sense era nel film il ritornello con cui il Melandri - Moschin apostrofava la propria compagna, una donna che lui non riusciva a reggere per le troppe richieste, andare a cavallo, la domestica, i menù quotidiani, e che nel film decide di lasciare alla chetichella, per buttarla sullo scherzo: andare, con i suoi altri amici, a dare schiaffi a chi partiva in treno, standosene affacciato dai finestrini dei vagoni. In fondo l'usare un linguaggio banale ma difficilmente comprensibile, il tentare di farsi carico di problemi che siamo inadatti a risolvere, beh è un po' la cifra di una buona parte dei politici di oggi, che poi magari per sdrammatizzare davanti a qualcosa che è più grande di loro che fanno? Vanno nei talk a far chiacchiera. E che dire poi di quell'altra trovata geniale che si ha nel film, anzi nella saga dei tre film, e che è passata alla storia come la supercazzola? Possiamo dire che oggi la lingua della supercazzola è - pure lei - piuttosto frequente nel mondo della politica. Per chi non la ricordasse, un piccolo assaggio, giusto per entrare in atmosfera. "Mi scusi dei tre telefoni qual è come se fosse tarapia tapioco che avverto la supercazzola? Dei tre...! [l'infermiera cui parla non capisce, ndr] Non m'ha capito bene, volevo dire dei tre telefoni qual è quello col prefisso?". E l'Infermiera: "Ah, quello lì". Un dialogo tra due che non si parlano, come spesso accade oggi tra la politica ed i cittadini, con una differenza fondamentale però tra la saga dei film e la realtà attuale: che al cinema, almeno lì, vi era la consapevolezza di giocare, di fare intrattenimento, magari destinato a restare perché fatto bene, ma sempre intrattenimento. Il dramma politico contemporaneo infatti, delle società occidentali - quelle democratiche dove la libertà è a 360 gradi - è che il senso del ridicolo è sparito. E come ripeteva nella Francia del 1600 il Cardinale di Retz (Paul de Gondi, una delle anime della fronda al potere di allora) il ridicolo è l'unica categoria, l'unico sentimento che il potere dovrebbe evitare, sempre, perché diventare (o sfiorare) il ridicolo, nel senso di non rendersi conto, vuol dire solo una cosa: smarrire l'autorità stessa e la sacralità dell'istituzione che il Potere si porta appresso. Sempre. Anche per questo, oggi che Gastone Moschin, l'ultimo degli Amici Miei, se n'è andato, scriviamo viva Moschin ma soprattutto viva la libertà, la spregiudicatezza e l'ironia con cui Monicelli ha raccontato un sodalizio d'amicizia. Un racconto che fa della sapidità, della cattiveria del dire schietto e della melanconia, una storia irripetibile. Nel film, oltre all'architetto Melandri interpretato da Moschin, c'è anche il Perozzi, un giornalista de La Nazione, interpretato da Philippe Noiret. È con le parole del Perozzi che vogliamo chiudere questo nostro blog sulla politica del cippa lippa. Senza polemica, ma con un pizzico di poesia. "Eccoci qua, come tante altre volte, insieme tutt'e quattro. C'è anche un quinto, il Sassaroli, che passeremo a prendere a Pescia, ma quello è un caso a parte. I quattro vecchi del gruppo siamo noi. Amici di scuola, di caserma, e dunque amici da tutta la vita. Eccoli qui, gli amici miei. Cari amici... (....) Ecco, questo è essere zingari. Questa è la zingarata: una partenza senza meta e senza scòpi, un'evasione senza programmi che può durare un giorno, due o una settimana. Una volta, mi ricordo, durò venti giorni, salvo complicazioni". Perché come ha insegnato Aristotele secoli fa, l'uomo dà il meglio di sé quando intreccia commedia e tragedia. Come nelle considerazioni del Perozzi, che dopo aver dato gli schiaffi alla stazione beccando suo figlio affacciato al finestrino, si domanda. "Io restai a chiedermi se l'imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due". Il resto è politica.

( 6 settembre 2017 )

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