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Il cane a sei zampe si scopre ambientalista

Rimini (dal nostro inviato) - Il pianeta è vicino ad un punto di non ritorno, gli impegni assunti solo una manciata di mesi fa a Parigi con la Cop21 rischiano di fare la fine di quelli delle precedenti 20. Non è stato un ambientalista della prima ora a lanciare l'allarme dal Meeting di Rimini, ma nientemeno che l'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, uno che di idrocarburi ed emissioni di Co2 ne sa qualcosa. Del resto pur essendo un produttore mondiale di energia, da anni l'Eni, d'estate, fa togliere la cravatta ai dipendenti per risparmiare sull'aria condizionata. Così anche Descalzi al Meeting ci arriva in camicia bianca aperta, senza giacca e senza cravatta. Intervistato dalla presidente Rai, Monica Maggioni, parla di gas, di Egitto, di Medioriente e soprattutto di Africa e della necessità di costruire rapporti di mutualità tra Nord e Sud del mondo. Ma la chicca arriva alla fine, quando la platea è già distratta dal pensiero dello spuntino di mezzogiorno. E' allora che viene proiettata la slide che dimostra come, nonostante gli impegni di Parigi, non si riuscirà a diminuire le attuali emissioni. La produzione di energia dal carbone, infatti, anziché diminuire nel frattempo è addirittura aumentata, vanificando gli sforzi fatti sulle rinnovabili. Colpa della Cina e dell'India? In parte sì. Ma Descalzi mette sul banco degli imputati l'Europa e soprattutto la Germania. Sul piano energetico - spiega - l'Europa vive "un paradosso: spende circa 75 miliardi di sussidi per le rinnovabili, cosa assolutamente positiva, dei 140 miliardi di dollari che si spendono al mondo; dal 2010 al 2015 ha aumentato del 6-7 per cento le rinnovabili, ma ha aumentato del 10 per cento l'utilizzo del carbone. La Germania investe 19 miliardi di euro nelle rinnovabili e va a carbone". Proprio così, il paese modello che ha fatto dell'investimento sulle rinnovabili un punto d'onore, annunciando anche la chiusura di tutte le centrali nucleari entro il 2020, per alimentare il proprio sistema produttivo è costretta a fare un uso massiccio del carbone. Costa meno del gas e soprattutto non è la Russia di Putin a venderglielo. "Per produrre energia nel mondo - aggiunge l'Ad dell'Eni- utilizziamo ancora il 41 per cento di carbone che produce il 76 per cento di Co2. Sul bilancio mondiale di 32 miliardi di tonnellate di Co2, 11-10 miliardi sono prodotte dal carbone". "Il carbone, che in modo paradossale è aumentato, deve sparire" ha ammonito l'ad di Eni, ammettendo che con il carbone "il mercato ha scelto il prodotto meno costoso" (il prezzo del gas era il doppio) ma così facendo "abbiamo vanificato i grossissimi investimenti sulle rinnovabili". L'alternativa si chiama gas, ma questo impone ad un colosso come l'Eni una diplomazia parallela a quella del nostro governo, non sempre agevole con paesi come la Russia, appunto, o come l'Egitto di Al Sisi e delle centinaia di Giulio Regeni scomparsi nel buio delle sue carceri. E' una partita che riguarda lo sfruttamento del giacimento gigante di Zohr 1X scoperto lo scorso anno dal cane a sei zampe al largo delle coste egiziane, ma soprattutto riguarda il futuro di tutti noi. Fatta anche la tara dell'interesse dell'Eni a promuovere il consumo di gas, dobbiamo comunque constatare che se alla crisi ed alla bassa crescita possiamo persino abituarci, ai cambiamenti climatici, alla scarsità di risorse idriche ed alle epidemie potremmo non sopravvivere. E' questione di qualche decina di anni, meno di un secolo, e ciò che stiamo vivendo, oggi, con la crisi umanitaria siriana non sarà che un'assaggio di ciò che potrebbero vivere i nostri figli e nipoti. A proposito, quanti sono consapevoli del fatto che i conflitti nell'area che comprende la Turchia, la Siria e l'Iraq traggono origine, più che dal petrolio, dal controllo delle risorse idriche assicurate dal Tigri e dall'Eufrate?

( 23 agosto 2016 )

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