Sabato 15 giugno 2024, ore 16:32

Giacomo Matteotti

A cento anni dall'assassinio

di MAURO CEREDA

Entrambi contrari alla partecipazione dell’I talia alla Prima Guerra Mondiale, entrambi socialisti: poi uno è rimasto antimilitarista e socialista, in coerenza con il suo pensiero e i suoi ideali, mentre l’altro si è trasformato in uno dei più accesi “interventisti” e a conflitto terminato ha fondato un movimento, poi divenuto partito, quindi regime, che i socialisti e, più in generale, gli oppositori li ha fatti prendere a manganellate, messi in carcere o finire al cimitero.

Mimmo Franzinelli, uno dei più preparati storici italiani sul periodo fascista, è autore di “Matteotti e Mussolini. Vite parallele. Dal socialismo al delitto politico” (Mondadori). Il volume racconta il percorso dei due, i loro cammini che si incrociano, fino all’epilogo con l’assassinio di Matteotti da parte dei sicari di Mussolini, il 10 giugno 1924, esattamente cento anni fa. Un lavoro corposo (oltre 460 pagine), ricco di documenti originali e fotografie, che si conclude con il famoso discorso pronunciato alla Camera da Matteotti, il 30 maggio 1924, in cui denunciava le irregolarità e le violenze perpetrate in occasione delle elezioni del 6 aprile che avevano consegnato il Paese ai fascisti e aperto la strada alla dittatura. Un discorso che gli costò la vita.

Partiamo dalle origini: Matteotti proveniva da una famiglia benestante, proprietaria di terreni nel Polesine. Eppure fin dal suo ingresso in politica si batté per la difesa dei diritti dei braccianti. Come mai?

La causa dei braccianti, da socialista e venendo da una zona agricola, gli è sempre stata a cuore. Matteotti era un riformista e un antimilitarista, che rifiutava la guerra borghese. All’epoca del primo conflitto mondiale pagò il suo pacifismo con tre anni di internamento in Sicilia. Era un idealista, ma anche un uomo pragmatico. Nel 1920, quando i socialisti erano alla guida di quasi tutti i Comuni della Provincia di Rovigo, si impegnò per formare i neoeletti, che in molti casi erano dei semi-analfabeti. Da parlamentare teneva dei corsi di diritto pubblico e amministrativo per spiegare cos’era una delibera o come si faceva un bilancio. Una grossa opera pedagogica, che si rivelerà vana.

In che senso?

Perché nel giro di un anno le squadracce fasciste, ricorrendo alla violenza e alle minacce, con la complicità o il silenzio delle autorità istituzionali e di pubblica sicurezza, costringeranno queste amministrazioni a dimettersi, una dopo l’altra. A quel punto Matteotti deciderà di condividere la sorte del suo popolo, cioè di essere vessato, perseguitato, picchiato, sequestrato. Al riguardo mi viene in mente un episodio particolare.

Ovvero?

Nel gennaio del 1921 Matteotti si trova a Livorno, al congresso del Partito Socialista Italiano, dalla cui scissione nascerà il Partito Comunista d’Italia, quando viene a sapere che a Ferrara l’amministrazione socialista è stata decapitata dai fascisti e il sindaco imprigionato. Non ci pensa un attimo, prende il primo treno, arriva in città e trova una situazione drammatica. Viene circondato, malmenato, ma non arretra e da allora diventa il più tenace difensore della legalità in Parlamento e il più temuto avversario di Mussolini.

Matteotti è stato un uomo coerente: con Filippo Turati e l’ala riformista viene espulso dal Partito Socialista Italiano, su posizioni massimaliste e vicine ai comunisti, e nell’ottobre del 1922 fonda il Partito Socialista Unitario (PSU), di cui diventa segretario. Ma anche qui ad un certo momento si troverà in difficoltà. Perché?

Questo è un punto decisivo. Il fatto è che alcuni parlamentari del PSU sono disposti a scendere a compromessi con Mussolini e addirittura un dirigente sindacale e membro del partito, Gino Baldesi, aspira a fare il ministro del Lavoro nel primo Governo guidato dal Duce, mettendo così in discussione la linea del segretario. Per Matteotti non è possibile scendere a patti con i fascisti.

Veniamo al famoso discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio del 1924, in cui denunciò le irregolarità alle elezioni che avevano dato il potere ai fascisti

Matteotti per carattere non era un improvvisatore, la sua oratoria non era retorica, ma basata su fatti, su dossier. Durante la campagna elettorale della primavera del 1924, che si sarebbe conclusa con il voto del 6 aprile, tempestava di richieste i suoi referenti per farsi raccontare le numerose illegalità e violenze commesse sul territorio e nei seggi. Su queste informazioni costruì quello straordinario discorso di 72 minuti, che rovinò il trionfo di Mussolini e l’inaugura zione della legislatura “fascistis sima”. Tanto che al termine il Duce decise che la misura era colma. Lì maturò la decisione di eliminare Matteotti. Quello che io chiamo delitto di Stato.

In breve: nel pomeriggio del 10 giugno 1924 Matteotti, appena uscito di casa per andare in Parlamento, viene aggredito e caricato su una macchina da una banda di criminali, la cosiddetta Ceka del Viminale, una sorta di polizia segreta fascista, antesignana dell’Ovra. L’idea è di condurlo lontano e ucciderlo più tardi, ma lui reagisce, viene colpito con due coltellate e muore. Gli assassini nascondono il corpo in un bosco a una ventina di chilometri da Roma: sarà ritrovato solo a metà agosto. Seguiranno depistaggi anche a mezzo stampa, finte indagini e processi farsa. Tutto per non coinvolgere Mussolini.

Esatto, ma il progetto iniziale era un altro. Dato che Matteotti doveva partecipare ad un congresso dell’Internazionale Socialista a Vienna, l’idea era di sequestrarlo sul treno, ucciderlo e, con la complicità della propaganda fascista, fare passare il delitto come frutto di una faida interna alla sinistra, fra socialisti, comunisti e anarchici, esattamente come verrà fatto nel 1937 con l’assassi nio in Francia dei fratelli antifascisti Carlo e Nello Rosselli. Matteotti decide però di non andare in Austria e il piano fallisce. Quindi si ripiega sul sequestro a Roma.

Del delitto si conoscono gli esecutori, guidati da Amerigo Dumini che di fatto, per varie ragioni, non saranno puniti. Sono noti i complici e i depistatori (nella stampa, nelle istituzioni, nella politica). È chiaro il contesto in cui è maturato. Ma c’è chi dubita che l’or dine sia stato dato da Mussolini. Lei cosa ne pensa?

Nella quarta di copertina del libro riporto le parole di Mussolini. Risalgono al 3 maggio del 1923 ma sono già chiarissime: “Quanto al Matteotti – volgare mistificatore, notissimo vigliacco e pregevolissimo ruffiano – sarà bene che egli si guardi! Che se dovesse capitargli di trovarsi, un giorno o l’altro, con la testa rotta (ma proprio rotta!)…non sarà certo in diritto di dolersi, dopo tanta ignobiltà scritta e sottoscritta”. E poi ho messo anche uno scritto di Matteotti: “So bene che la rivendicazione dei propri diritti espone oggi a incidenti e inconvenienti; ma non sono disposto ad ammettere che per questo io debba rinunciarvi”. Alla fine del discorso egli stesso dirà ad un deputato socialista di preparare la sua commemorazione funebre. Insomma Matteotti era da tempo in prima linea e gli squadristi lo tenevano d’occhio tanto che lo avevano sequestrato già una volta in provincia di Rovigo, sottoponendolo a vessazioni innominabili. E’ evidente chi lo voleva morto. E c’è un altro elemento da considerare.

Vale a dire?

I fascisti avevano già assassinato un deputato socialista di Bari nel 1921 e un candidato del PSU a Reggio Emilia durante la campagna elettorale del 1924 e non era accaduto nulla, quindi Mussolini pensava che anche nel caso di Matteotti non ci sarebbe stata alcuna reazione popolare. Sbagliando però, perché la commozione nel Paese fu molto rilevante.

Ma non bastò a fare cadere il regime. Perché?

Una responsabilità l’ebbero anche i partiti dell’opposizione con la svolta Aventiniana del 27 giugno 1924, ovvero la decisione di non partecipare più ai lavori del Parlamento fino a quando non sifosse fatta chiarezza sul delitto. Invece di restare a combattere sul piano politico dentro la Camera, come faceva Matteotti, fecero un favore a Mussolini, che prese tempo fino ad arrivare al 3 gennaio 1925 quando pronunciò il famoso discorso in cui si assunse la responsabilità politica e morale di quanto accaduto e disse che se il fascismo era una associazione a delinquere lui ne era il capo. Sapeva che la sedizione aventiniana era fallita e aggiunse che nel giro di 48 ore la situazione si sarebbe chiarita. In effetti attivò subito la rete dei prefetti, dei carabinieri e della polizia e diede il via ad una offensiva durissima contro le opposizioni. Lì si avviò definitivamente la dittatura.

Dopo il delitto il Duce tergiversò, anche alla vedova Matteotti disse di non saperne nulla. È verosimile?

No, Mussolini seppe della morte di Matteotti la notte stessa dell’o micidio, avendogli i colpevoli portato dei documenti macchiati del suo sangue. Finse però di esserne all’oscuro e anzi disse che era un delitto antifascista perché danneggiava lui e il fascismo. Una posizione ipocrita: l’assassinio era stato istigato da lui e compiuto dai suoi uomini. L’immagine che esce del Duce è quella di una persona cinica che non ha mai una crisi morale e ha come unico obiettivo il mantenimento del potere assoluto. Un uomo spregevole da ogni punto di vista, che dopo poco utilizzerà questa vicenda per chiudere i residui spazi di libertà rimasti nel Paese.

Un momento importante furono i funerali. Velia, la vedova Matteotti, disse che non voleva la presenza di fascisti. Alla fine andò bene a Mussolini. O no?

Certo, i funerali a Roma si sarebbero potuti trasformare in una grande manifestazione antifascista. Invece si tennero il 21 agosto a Fratta Polesine, paese originario di Matteotti, alla presenza della sua gente. La partecipazione fu ampia, ma locale. Anche la bara venne caricata su un treno e trasportata di notte per evitare assembramenti alle stazioni. L’or dine del regime era di non date risalto alle esequie. Velia Titta, donna religiosissima sposata nel 1916 e con cui Matteotti ebbe tre figli (due maschi e una femmina), non si sarebbe più ripresa dal trauma. Fu anche lei una vittima del delitto. Si rimproverava di non essere riuscita a salvare il marito e morirà nel 1938 nella disperazione.

In questa vicenda spicca l’assenza del re. Vittorio Emanuele III non intervenne sul delitto Matteotti.

Il re continuò a restare solidale con Mussolini, rifiutando persino di prendere in mano il dossier che l’onorevole liberale e monarchico Giovanni Amendola aveva preparato sulle responsabilità del Duce in merito al delitto. Se lo avesse sollevato dall’incarico, Mussolini non avrebbe avuto alternative alle dimissioni. Il comportamento di Vittorio Emanuele III si rivelò decisivo, più ancora che in occasione della Marcia su Roma.

Lei avrebbe dovuto presentare il libro in un comune del padovano, già balzato alle cronache perché l’amministrazione si è rifiutata di revocare la cittadinanza a Mussolini e non ha voluto conferirla a Matteotti. Il sindaco le ha negato uno spazio pubblico sostenendo, fra l’altro, che in paese era già previsto un altro evento e che in campagna elettorale “è vietato lo svolgimento di attività che possano fornire contenuti informativi non neutrali”. Cosa c’è di non neutrale o divisivo nel racconto del delitto Matteotti?

Guardi, la presentazione l’ab biamo fatta lo stesso lo scorso 21 maggio all’aperto, in piazza, con l’Anpi. Abbiamo notificato l’occu pazione di suolo pubblico alla Prefettura ed è stata una iniziativa riuscitissima, a cui hanno partecipato oltre 300 persone. Matteotti è divisivo solo per i fascisti, in realtà è stato un grande italiano, a cui tutti dovremmo essere riconoscenti.

( 10 giugno 2024 )

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