Martedì 21 novembre 2017, ore 11:17

Quotidiano di informazione socio‑economica

L’intervista

”Scuola - lavoro, ecco perché una legge non basta”

di Carlo D’Onofrio

In un paese abituato a discutere di tutto in un clima da stadio, pochi temi dividono più del lavoro, forse solo uno: la scuola. Ecco perché a metterli insieme, benché separati dal trattino, c'è il rischio di creare una miscela esplosiva. La buriana che si è s c a t e n a t a sull'alternanza scuola – lavoro si spiega anche così. Ma mentre le curve si fronteggiano a modo loro, con l'immancabile corollario di lamentose denunce e repliche stizzite (“sfruttati”, “figli di papà”), sotto la superficie di questa vicenda si intravedono alcuni dei mali che da tempo scavano nella società italiana. Questi mali Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, tra i giuristi italiani più noti all'estero, li analizza da anni nella sua attività di commentatore. Uno dei più insidiosi consiste nella fiducia ingenua che la legge possa, da sola, risolvere i problemi in vista dei quali è concepita, senza che ci si curi troppo di quell'attività complessa, ma di vitale importanza, che è l'amministrazione, un'arte di cui, lo ha scritto di recente sul Corriere della Sera, “resta ben poco”. E proprio l'alternanza scuola – lavoro sembra rappresentare un caso da manuale di questa anomalia italiana.

Professore, alcune frange del mondo studentesco sono scese in piazza contro l'alternanza scuola – lavoro al grido di “siamo studenti, non operai”. La loro protesta ha suscitato sia entusiasmi che critiche. Eppure in Germania, paese che almeno a parole tutti portano ad esempio per quanto riguarda le politiche del lavoro, il sistema duale è in vigore da decenni e nessuno se ne lamenta. Come si spiegano allora tante resistenze?

Faccio l’ipotesi (realistica) che la scuola non sia attrezzata per organizzare l’alternanza e che anche la società civile non sia preparata a questo. L’alternanza richiede una preparazione complessa, ricerca di luoghi di lavoro congruenti con il percorso formativo, convenzioni, tutor interno e tutor esterno, valutazione finale. Siamo lenti ad adattarci a nuove istituzioni e pratiche.

L'alternanza scuola – lavoro è stata introdotta nel 2015 dalla riforma del governo Renzi (la Buona Scuola). I casi di oggettivo malfunzionamento di cui si lamentano gli studenti – al netto delle strumentalizzazioni – ci dicono però che molte scuole sono arrivate impreparate all'appuntamento. Perché in Italia ogni riforma, alla prova dei fatti, si scontra con difficoltà di applicazione che ne vanificano l'ispirazione originaria?

In verità, l’alternanza fu il frutto di un decreto legislativo del 2005, ministro Moratti nel governo B e r l u s c o n i . Non so che cosa sia successo fino alla “buona scuola” che è di dieci anni dopo. Ma posso dirle che noi seguiamo l’andazzo per cui fatta la legge, si pensa che siano cambiate le cose. Invece, occorre preparare bene la legge, esaminare le tappe per la sua messa in atto, governare la sua attuazione, correggerla, se necessario. Insomma, i ministri hanno gli occhi rivolti al parlamento. Dovrebbero anche interessarsi di amministrazione.

Più in generale, la scuola italiana sembra da tempo mancare di un criterio orientativo, un'idea – guida in grado di ridefinirne la missione. Si succedono le riforme ma non si riesce a mettere rimedio ad uno scadimento qualitativo che si riflette poi su tutta la società, anche sulla classe dirigente. Perché? E' solo della politica la colpa?

Le uniche idee innovative nella scuola sono state, nell’ultimo secolo, quelle di Gentile (la riforma che porta il suo nome) e di Bottai (il piano della scuola), seguita dalla scuola media unica (1962) e dalle proposte di De Mauro. Oggi un ministro attento dovrebbe preparare degli stati generali della scuola, per interrogare il mondo della scuola e la società civile sugli obiettivi del sistema scolastico. Altrimenti, la scuola resterà una struttura per dar lavoro agli insegnanti piuttosto che per formare gli allievi (e la società).

Che cosa ci dice questa protesta dello “spirito pubblico” italiano? In un' intervista di qualche mese fa al Foglio lei ha parlato di un paese “ripiegato su se stesso” . Conferma la diagnosi?

Certamente. Il mondo della politica battibecca senza interrogarsi sulle politiche. La cultura è stanca e non fa sentire la sua voce. L’”establish - ment” (quel poco che c’è) sembra prigioniero della impostazione grillina per cui basta un “fiat” del popolo. Chi discute di politiche, di programmi, di mezzi per realizzarli, di ideali sociali?

Nel 2018 ricorrerà il cinquantennale del '68. All'epoca uno slogan come “Siamo studenti, non operai” sarebbe suonato blasfemo, oggi appare un po' come la chiusura di un ciclo. Ma davvero ci siamo lasciati alle spalle l'eredità del '68?

Il ’68 è stato un grande moto liberatorio, di cui sono indistinti i confini. Da allora le società civili si sono mosse in direzioni diverse, sono mancati i “papi laici” (la definizione che fu data di Croce), è stato un ribollire di idee e iniziative, che finiscono ora nel grande calderone del cosiddetto populismo, che è una generica ribellione, governata da un demagogo.

La condizione dei giovani è uno dei problemi più allarmanti del nostro paese: altissima disoccupazione, bassi redditi, una generalizzata sfiducia nel sistema, che si è manifestata in modo eclatante nel voto referendario dello scorso dicembre sulla riforma costituzionale. Quanto ha contribuito il sistema scolastico (ma forse il discorso andrebbe allargato a quello universitario) a creare questa situazione?

Non si può dire che il sistema scolastico abbia contribuito. Ha piuttosto subìto. Quello che la scuola avrebbe potuto fare e che ora è urgente faccia è di guardare un po’ di più all’esterno, far capire agli studenti quel che vogliono e quel che possono realisticamente volere per il loro futuro, s p i e g a r e che succede in una società in cambiamento rapido e disordinato

La “cura” che alcune forze politiche propongono, riecheggiando suggestioni di oltreoceano sulla “fine del lavoro”, è quella del reddito di cittadinanza. In questo modo si vorrebbe risolvere il problema della disoccupazione tecnologica offrendo al contempo protezione. Ma davvero possiamo immaginare una generazione di sussidiati a vita?

Non credo alle favole dello Stato – mamma. Vedo piuttosto che in Italia abbiamo molti meno addetti al turismo della Francia, nonostante che abbiamo un patrimonio artistico superiore a quello di tutti gli atri Paesi. Se riuscissimo almeno a valorizzare il nostro patrimonio, potremmo sia fare un’opera per i futuri millenni, sia dare più occupazione (e per di più un’occupazione intelligente). 
 

( 2 novembre 2017 )

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