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Delocalizzazioni

Sweet home Slovacchia, una nuova casa per Embraco&Co

di Carlo D'Onofrio

La vertenza Embraco sbarca a Bruxelles. Sul tavolo della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager è arrivata ieri la lettera con cui il governo italiano chiede lumi sulla politica fiscale della Slovacchia, meta negli ultimi tempi particolarmente ambita da parte di alcune multinazionali ansiose di dire addio al Belpaese. Tra le ”fuggitive” non c’è infatti solo Embraco, l’azienda del gruppo Whirlpool che vuole liberarsi del suo stabilimento a Riva di Chieri, alle porte di Torino, perché la produzione di compressori per frigoriferi arranca sul mercato europeo. Insieme alla fabbrica piemontese - agli albori, quando si chiamava Aspera, uno dei gioielli della galassia Fiat - ce n’è un’altra, stavolta al Sud, precisamente nell’abruzzese Val di Sangro, che ha subito di recente lo stesso trattamento: la Honeywell di Atessa. Anche Honeywell produce compressori, ma per i motori diesel. E anche Honeywell, proprio come Embraco, ha deciso che il suo futuro è in Slovacchia. A convincere i vertici americani del gruppo le prospettive non proprio rosee che si schiudono in Europa per il diesel: non solo lo scandalo che ha travolto Volkswagen per poi toccare, benché in misura assai più limitata, altri costruttori; ma anche il drastico taglio delle emissioni (-30%) che la Commissione Ue intende imporre alle case europee. Le sirene dell’Europa orientale rappresentano in casi del genere una tentazione quasi irresistibile: basso costo del lavoro, regime fiscale favorevole, governi disposti a far ponti d’oro a chi promette investimenti e assunzioni. In un batter d’occhio i margini sono ripristinati, se non migliorati. A spingere il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda a rivolgersi alla Commissione, cui ha chiesto di verificare se le misure adottate dalla Slovacchia non configurino una violazione delle regole sugli aiuti di Stato, è stato di certo anche il tentativo da parte delle due multinazionali di mettere governo e sindacati spalle al muro, di chiudere cioè fin da subito la partita con chiusure e licenziamenti di massa. E’ quanto ha provato a fare Embraco, anche se il colpo è stato rintuzzato da Calenda e dalla mobilitazione dei sindacati. Non è ancora detta l’ultima parola, però. L’incontro in programma per domani, al quale Embraco avrebbe dovuto presentarsi con una risposta definitiva sulla conversione dei licenziamenti in cassa integrazione straordinaria, passo obbligato in vista della reindustrializzazione cui lavora il Mise, è saltato. Ai vertici italiani serve più tempo per discutere con la casa madre brasiliana. Una strategia del rinvio che Calenda ha definito non a caso ”indecorosa” e che, ovviamente, ha fatto infuriare pure i sindacati. Tuttavia il problema, più che a Roma o nelle altri capitali, sta proprio a Bruxelles, cioè in una Unione Europea che - a prescindere dalla questione degli aiuti di stato - consente a chi ne ha i mezzi di surfare al suo interno in cerca dell’onda fiscalmente più favorevole. Sempre di dumping si tratta.

( 14 febbraio 2018 )

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