Martedì 7 luglio 2020, ore 17:49

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Continuano le proteste dei lavoratori. Sindacati nel mirino

di Manlio Masucci

Quasi due anni di carcere per “aver organizzato un gruppo di persone con il fine di disturbare l'ordine pubblico”. Dopo ventuno mesi di detenzione il sindacalista cinese Meng Han, arrestato per aver tentano di organizzare i lavoratori di una fabbrica del Guangzhou, è tornato finalmente in libertà. Il suo caso non è isolato. Gli attivisti Lu Yuyu e Li Tingyu, che avevano documentato su un blog oltre 70 mila proteste di lavoratori in tre anni, sono stati arrestati nel giugno dell'anno passato. Il loro impegno ha rappresentato una fonte di ispirazione e documentazione per il China Labor Bulletin (Clb) che continua il lavoro dei due attivisti monitorando gli scioperi spontanei che avvengono quotidianamente in Cina. Un'attività evidentemente invisa al regime di Pechino che però non può nascondere l'evidenza che emerge anche dall'ultimo rapporto del Clb: il numero delle proteste collettive autonome, 465 nei primi sei mesi del 2017, si mantiene elevato e costante nelle fabbriche cinesi. Fra le motivazioni che spingono i lavoratori ad organizzarsi per protestare ci sono, in cima alla lista, le richieste di pagamenti arretrati, con ben il 66% del totale, seguite, a notevole distanza, dalle proteste per il mancato pagamento dei contributi, con il 6,3%, dalle iniziative contro la chiusura o la ricollocazione delle fabbriche, 5,1%, dalle richieste di aumenti salariali, 3,8%, e dai reclami per il mancato pagamento delle pensioni, 3,1%. Le agitazioni sono il diretto risultato, nell'analisi del Clb, dell'incapacità del governo di far applicare le leggi sul lavoro. Secondo i dati nel China’s National Bureau of Statistics, solo il 35,1% dei 281 milioni di lavoratori migranti ha firmato un contratto di lavoro nel 2016.

(Articolo completo domani su Conquiste Tabloid)

( 15 settembre 2017 )

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