Giovedì 1 dicembre 2022, ore 8:22

Donne

Piccole schiave crescono nel nuovo Bangladesh

Le politiche fiscali favorevoli, la predisposizione di zone economiche speciali e il basso costo del lavoro stanno rendendo il Myanmar una delle destinazioni preferite per le multinazionali. Un richiamo che non riguarda solo le imprese occidentali. Sono infatti sempre più le imprese cinesi e coreane che decidono di spostare la produzione nel paese alimentando una corsa al ribasso e una competizione “insana”. Secondo i dati della Mgma, l'associazione birmana degli imprenditori del garment, gli export nel 2015 hanno raggiunto 1,32 miliardi di euro, circa il 10 per cento del totale degli introiti delle esportazioni birmane. Anche il numero delle fabbriche tessili è in aumento, dalle 130 del periodo delle sanzioni alle 400 attuali. Un settore in crescita esponenziale, dunque, che impiega 350 mila operai, di cui il 90 per cento donne, e che prevede di impiegare un totale di un milione e mezzo di lavoratori entro il 2024. Nel corso dell'anno passato il governo birmano ha passato la sua prima legge sul salario minimo fissato a 2,48 euro all'ora, la retribuzione più bassa dell'Asia dopo il Bangladesh. Una retribuzione insufficiente per far fronte ai costi della vita quotidiana e che costringe gli operai a lavorare ininterrottamente fino a undici ore al giorno. Un salario scarno e non sicuro considerando che gli straordinari sono spesso non pagati così come le assenze per malattia mentre quasi la metà degli impiegati non risulta in possesso di un regolare contratto. Le retribuzioni insufficienti alimentano il circolo vizioso dello sfruttamento considerando che le famiglie impoverite si trovano costrette a sottrarre i minori dai circuiti scolastici per impiegarli nelle fabbriche. Un fenomeno che riguarda soprattutto le bambine che trovano facilmente impiego nel settore.

La situazione politica ancora instabile del Myanmar non sembra permettere miglioramenti nel breve periodo tanto che il Somo, Centro di ricerca sulle imprese multinazionali,invita le multinazionali a considerare seriamente la condizione di violazione dei diritti prima di decidere di investire nel paese. L'influenza dei militari è ancora molto alta e il conflitto con le minoranze etniche non accenna a sedarsi: sono sempre più le aree del paese, sottolinea il centro di ricerca, sottratte a villaggi e comunità forzatamente per costruire parchi industriali e zone economiche speciali. La società civile e in particolare i sindacati, le cui attività sono state legalizzate solo a partire dal 2012, non hanno ancora la forza di incidere sui processi.

(Approfondimento domani su Conquiste Tabloid)

( 8 marzo 2017 )

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