Sabato 2 luglio 2022, ore 11:17

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La prossima volta che verranno a dirci 

Nel momento in cui si consuma la scissione all'interno del M5S è sin troppo facile (e giusto) elencare i principi fondativi scolpiti nelle tavole sacre del Movimento, uno dopo l’altro sgretolati. La democrazia diretta, il superamento del ruolo del Parlamento; l'uno vale uno, il no al doppio mandato, il no ad alleanze, il no alla Tav, l'euroscetticismo. Su queste basi nove anni fa il M5S entrava nel Palazzo per aprirlo come una “scatoletta di tonno”; nel 2018 diventava la prima forza parlamentare, protagonista di tre governi assai diversi tra loro: prima con la Lega (Conte premier), poi con il Pd (Conte ancora premier), infine con Draghi (Conte capo politico del Movimento). Ma c'è stato anche un rapporto problematico con il Quirinale: prima con la goffa richiesta di impeachment nei confronti di Mattarella quando leader era Di Maio: poi una infelice gestione dell'elezione del successore di Mattarella, che infatti è dovuto succedere a se stesso. Ci sono state inoltre importanti esperienze amministrative. La prima, a Parma: con il sindaco Pizzarotti che ha ben presto lasciato il Movimento. La più significativa, a Roma: con il fallimento della giunta Raggi. La figura di Beppe Grillo, soprattutto dopo la morte del cofondatore Gianroberto Casaleggio, è rimasta quella di un punto di riferimento, sempre più smarrito nel cielo pentastellato.
Ma la vicenda 5 Stelle va oltre i 5 Stelle. E riguarda il rapporto tra politica e cittadino elettore. Perché ci sono tante forme di populismo, non sempre così riconoscibile.
La prossima volta che verranno a dirci che siamo all'ora zero, che il nuovo deve soppiantare il vecchio, che tutto va rivoluzionato: beh, questa fresca esperienza può agire da anticorpo.
Ma non basta.
La prossima volta che verranno a dirci: “Agli italiani non interessa”; e simmetricamente: “Gli italiani chiedono”, facciamoci e facciamo qualche domanda senza lasciarci mettere all'angolo da una retorica che appartiene a tutte le forze politiche, a seconda del loro interesse del momento.
Crisi economica, pandemia, guerra in Ucraina: c'è tempo e spazio politico per discutere in Italia di riforme, anche quelle istituzionali? Così come viene sempre posta, questa domanda è retorica. Se posta da un altro angolo visuale, la risposta diventa forse meno scontata. E cioè: ci saranno effetti economici sulle nostre tasche se non si metterà mano a questioni che solo apparentemente sono lontane dagli interessi concreti degli italiani ?
Sì, ci saranno effetti, ci sono già effetti dovuti alle mancate riforme degli ultimi decenni. Un esempio: il nostro bicameralismo paritario toglie forza alle proposte di legge: quando vengono presentate hanno un valore economico che perdono nel troppo lungo iter di approvazione. Situazione non superata se non con un monocameralismo di fatto: una Camera che esamina e vota; e l'altra che si limita a ratificare.
Il taglio dei parlamentari introdotto con un referendum, ma che non prevede contrappesi, produce un risparmio assai modesto; intanto nega o ridimensiona la rappresentanza di molti territori. E richiede una riforma dei regolamenti parlamentari, senza la quale non possono funzionare le commissioni parlamentari e dunque l'azione di Governo, anche e soprattutto sul fronte economico, tanto più in questa delicatissima fase di attuazione del Pnrr. Con un effetto immediato negativo, ancora una volta, sulle tasche dei risparmiatori.
Insomma: la prossima volta che verranno a dirci cosa pensiamo, pensiamoci.
Giampiero Guadagni

( 22 giugno 2022 )

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