Sabato 20 luglio 2019, ore 14:55

Quotidiano di informazione socio‑economica

I 40 anni da Via Fani

Moro liberato dal caso Moro

di Giampiero Guadagni

Siamo nel pieno del 40.anniversario del sequestro di Aldo Moro - con l’eccidio degli uomini della scorta - e dell’uccisione del presidente della Dc. Quei 55 giorni che hanno segnato uno spartiacque nella storia repubblicana sono in questo periodo al centro di numerose ricostruzioni, alcune decisamente discutibili E dall’agguato di Via Fani parte anche ”Un atomo di verità”, l’ultimo libro di Marco Damilano, direttore dell’Espresso, un viaggio nella memoria personale e collettiva, che però già dal sottotitolo: ”Aldo Moro e la fine della politica in Italia”, disvela un obiettivo ulteriore e in un certo senso più ambizioso. Capire e spiegare, non solo ai più giovani, perché Moro è stato una figura così importante per il nostro Paese. E quale insegnamento possiamo ancora trarre dalla sua lezione politica e umana. ”Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò perdente”, scrive Moro dalla prigionia a Riccardo Misasi, un fedelissimo Dc. Una frase che appare straordinariamente attuale in questa fase post-elettorale. E che Damilano riprende per dire: puoi prendere milioni di voti e poi perdere lo stesso perché non hai verità, cioè una visione, un progetto. Questo vale per gli sconfitti del 4 marzo e ancora di più per i vincitori.

Conquiste ha intervista Marco damilano

D) Damilano, nel tuo libro sottolinei la necessità di liberare la figura di Aldo Moro - politico e professore - dal “caso Moro”. Partiamo però da quest’ultimo. Qual è la tua valutazione su misteri e depistaggi di quei 55 giorni?

R) Studiando tutta la vasta letteratura e le relazioni delle varie commissioni di inchiesta mi sono fatto l’idea che sia stato un rapimento organizzato in casa dalle Br. Ma con molti punti interrogativi: due brigatisti che hanno attivamente partecipato all’agguato e che godono di coperture che sicuramente non sono quelle di un gruppo terroristico; la preparazione militare mai spiegata; il cambio di scena del luogo del rapimento dalla Chiesa di Santa Chiara a Via Fani con la conseguente necessità di annientare la scorta e quindi con una strage che avrebbe poi reso impossibile qualunque tipo di trattativa. Prendiamo per buona la versione che le Br abbiano agito in Via Fani senza aiuti esterni. Da subito però - cioè dal momento della fuga - alla fine - il 9 maggio - molti soggetti esterni si sono inseriti nella vicenda. Abbiamo evidenze che portano al condominio di Via Massimi 91 su cui si appunta la relazione della commissione parlamentare dopo che molti altri studiosi ne parlano da anni, penso a Sergio Flamigni e Paolo Cucchiarelli. Si tratta di un condominio allora dello Ior, abitato da personaggi “interessanti” e da ambienti vari che curiosamente si ritrovano tutti lì dentro. La commissione parlamentare stessa nella relazione conclusiva propone una ipotesi soft e una hard. L’ipotesi soft è che il cambio sia avvenuto nel garage di quel condominio; l’ipotesi hard è che lì Moro sia stato tenuto prigioniero almeno i primi giorni.

D) In entrambi i casi la versione del memoriale Morucci, la versione ufficiale dei brigatisti, ne verrebbe stravolta. Anche sulla gestione del sequestro...

R) Tutta la gestione dei 55 giorni è pesantemente condizionata dalle potenze straniere, in primis dagli Stati Uniti intervenuti direttamente con un loro uomo nell’unità di crisi del Viminale: Steve Pieczenik, che addirittura dieci anni fa in un libro intervista ha dichiarato apertamente come il suo obiettivo non fosse salvare Moro ma creare le condizioni perché l’opinione pubblica non reagisse troppo violentemente all’omicidio di Moro. Le altre potenze però non sono state a guardare. L’Unione Sovietica aveva un interesse altrettanto forte a mantenere l’equilibrio di Yalta. C’è poi tutto lo scenario mediorientale. Anche su questo la Commissione parlamentare ha posto elementi interessanti sull’attivismo dei palestinesi nei 55 giorni; e se ci sono i palestinesi è intuitivo ci siano anche gli israeliani. Quindi la platea dei 55 giorni è molto, molto affollata. Insomma, è molto difficile pensare che i 4 brigatisti che si agitano in televisione rivendicando il loro ruolo possano avere gestito una partita così in solitudine.

D) E’ importante cercare la verità. E’ altrettanto importante far conoscere la persona Moro e la sua strategia politica. Una strategia mirata, scrivi nel libro, a mettere in movimento l’equilibrio sancito a Yalta e che doveva restare immobile.

R) Nei giorni scorsi ero in un Liceo scientifico di Maglie, città natale di Moro. Ad un certo punto mi hanno proprio chiesto cosa resta della lezione di Moro. Ho risposto che indipendentemente dalle mutate condizioni politiche, dalle forze e dai leader in campo, resta la lezione di una politica che si propone di mutare gli equilibri e i rapporti di forza con l’intelligenza e non con il brutale peso dei numeri. Resta un metodo di dialogo e di confronto anche con i più lontani e con quello che si muove nella società. Questo era il metodo e la strategia di Moro, attuata nell’operazione politica che stava seguendo: proprio il 16 marzo 1978 si votava la fiducia al governo Andreotti con il voto del Pci. Moro non era favorevole al compromesso storico di Berlinguer, aveva un’idea più umile ma altrettanto dirompente – evidentemente anche dal punto di vista di chi lo ha voluto eliminare – una strategia che presupponeva l’uscita graduale dell’Italia dalla situazione di eccezionalità e l’ingresso nella democrazia dell’alternanza. Lo dice chiaramente in una intervista a Scalfari il 18 febbraio di quell’anno, pubblicata postuma in ottobre. E lo dice in fondo anche nel suo discorso capolavoro, il 28 febbraio, quando fa riferimento non solo a nuovi equilibri istituzionali - quell’anno c’era l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, carica alla quale Moro era praticamente il candidato unico - ma anche al ”moto indipendente delle cose”.

D) Quel riferimento al ”moto indipendente delle cose” è un’analisi sorprendentemente attuale. Moro sembra prefigurare l’emergere di leader e movimenti che si sono proposti di rappresentarsi da soli. E’ questa la fine della politica che tu paventi nel sottotitolo del tuo libro?

R) E’ un titolo forte. La politica in realtà non finisce mai, finisce semmai una funzione della politica. Io parlo della fine della politica interpretata dai partiti in primis, ma anche da un reticolo di corpi intermedi, di sindacati, di associazioni. Tutto questo era molto forte nel 1978. Successivamente abbiamo avuto innovazioni molto importanti nella società italiana. Ma la politica non è più riuscita a guidare gli avvenimenti e neppure a interpretarli. Quella attuale è più una voglia della società italiana di autorappresentarsi scegliendo le forme della politica che possono essere di volta in volta un movimento, un partito azienda, una lega, un giovane leader rottamatore.

D) I 40 anni da Via Fani sono coincisi con le elezioni del 4 marzo. Si apre oggi come allora una fase delicata, cruciale per il Paese. Ci sono analogie tra questi due periodi e c’è un insegnamento che possiamo trarre dall’esperienza passata?

R) Parto da una analogia, ma per smentirla: tutti i giornali hanno parlato di due vincitori. Questa peraltro fu una espressione di Moro riguardo alle elezioni del 1976 quando il risultato richiedeva un accordo tra due forze: però quelle due forze erano la Dc che prese il 39% e il Pci che prese il 34, dunque il 73% complessivo; in una Italia in cui votava il 93%. Oggi il Movimento 5 Stelle ha preso il 33%, la Lega il 17%, quindi il 50% in una Italia in cui ha votato il 70%. Moro aveva l’idea di una politica inclusiva in cui i fenomeni della società dovevano comunque essere rappresentati in Parlamento. Ora saranno capaci i “due vincitori” del 2018 di lasciare da parte qualcosa di se stessi? E questo vale sia per i vincitori sia per gli sconfitti.

D) A proposito. Moro è stato un uomo che ha concepito la politica come mediazione. Come escono dal voto e qual è il futuro dei corpi intermedi, del sindacato in particolare?

R) Un paio di settimane fa ho fatto sull’Espresso una copertina titolata ”Fratture”. Volendo dire che questo voto è una frattura non tanto tra Nord e Sud, tra Lega e M5S, ma anche dentro i corpi intermedi della società sotto attacco per molti anni. Si è detto: è finita la loro funzione di mediazione. Hanno attraversato una fase di lunga crisi, anche per motivi oggettivi. Infine in queste elezioni c’è stata una vistosa separazione tra i vertici e la base, nel sindacato, come nel mondo dell’impresa, della Chiesa, degli intellettuali. E anche all’interno della base ci sono state risposte molto diverse tra Nord e Sud. Anche la questione dell’autonomia del sociale rispetto alla politica va ripensata se la politica finisce in mano al partito e movimenti che semplicemente non considerano l’esigenza dei corpi intermedi. Questo vale soprattutto per il M5S, che ha come orizzonte finale la democrazia diretta e intanto porta avanti l’idea del cittadino che non ha né una tessera di partito né sindacale, non fa parte di una associazione, è il cittadino solo che si mette insieme ad altri cittadini per cambiare la politica. Va detto che Macron non ha un’idea molto diversa del rapporto politica-società. Anche messa in positivo è un’idea che pone molti problemi. Un cittadino sta insieme ad altri cittadini perché è anche un lavoratore, un consumatore, un imprenditore; e quindi cerca di tutelare i propri valori e i propri interessi nella sfera della società prima di arrivare a quella della politica. Tutto questo pone il problema di ”frattura” rispetto al quale anche la risposta dell’autonomia del sociale forse non regge più, bisogna confrontarsi con questa realtà in modo nuovo.

 

( 30 marzo 2018 )

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