Si tratta del primo importante verdetto in tema di conti pubblici per l'Italia e tutti i 27 partner dell'Ue, previsto per mercoledì. In questa data, infatti, Eurostat divulgherà le stime consolidate su deficit/Pil e debito/Pil per il 2025. Le prossime previsioni economiche della Commissione europea sono invece previste più in là, il 21 maggio. L'importanza dell'appuntamento è legata al fatto che si tratta di dati rilevanti anche per la valutazione delle procedure per deficit eccessivo mentre i giudizi al riguardo da parte della Commissione europea sono in programma invece il 3 giugno prossimo nell'ambito del pacchetto del semestre europeo.
Il governo aveva già nelle scorse settimane iniziato ad affrontare il tema perché il conflitto in corso ormai da quasi due mesi in Iran nonostante la recente fragile tregua, sta compromettendo le economie di tutti i paesi, in particolare quelli che dal Golfo dipendono non sono per l'arrivo di petrolio e gas ma anche di fertilizzanti e altre materie necessarie allo sviluppo dell'economia. Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva fatto una "relazione" ai colleghi e alla premier in una riunione ad hoc per iniziare a disegnare il nuovo Documento di finanza pubblica, che si sta preparando con l'altra incognita appunto dell'uscita, o meno, dell'Italia dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Il governo potrebbe decidere di varare il prossimo Dfp subito dopo il pronunciamento di Eurostat.
Il documento dovrà passare poi all'esame delle Camere come sempre avvenuto con il vecchio Def. Lo scenario in cui lavorare non è dei migliori, col Pil in frenata, il Pnrr che sta per finire, e i rincari che nonostante gli sforzi non si riesce a fermare, da ultimi gli allarmi sulla scarsità di carburante per gli aerei che potrebbe diventare un problema molto serio a partire da maggio secondo alcuni esperti se non si interrompe questa spirale inflazionistica e di scarsità di alcuni beni. Già alcune asssciazioni di utenti e consumatori lamentano aumenti dei biglietti. In questo contesto appare scontata una revisione delle stime di crescita del paese rispetto agli ultimi documenti ufficiali. Previsioni del resto ormai limate da tutti i principali organismi internazionali. Le incertezze legate alla guerra hanno infatti portato negli ultimi giorni il Fmi a ribassare le stima di crescita dell'Italia allo 0,5% nel 2026 e nel 2027, con cali dello 0,2% per ciascun anno, in base alle ultime valutazioni del World economic outlook (Weo) riviste su quelle di gennaio. Certo non gioiscono gli altri diretti competitori nell'Ue più o meno 'tagliati' nelle previsioni di crescita. Il rapporto debito/Pil è stimato in rialzo dal Fondo: dal 137,1% del 2025 al 138,4% del 2026 e al 138,8% del 2027 ma resta la speranza di un deficit dell'Italia che calerà al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027.
Ma "nell'ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l'offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l'anno in più in bolletta rispetto al 2025". E "se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più", su livelli "non sostenibili per le nostre imprese". Lo stima il Centro studi di Confindustria nel quadro di una prima indagine, ascoltando gli imprenditori, sugli "impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane": tra "i principali ostacoli" al momento il primo è il costo dell'energia.
Il Centro studi di Confindustria registra i "primi impatti della guerra", tra "rincari dell'energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani". E' "peggiorato lo scenario", rilevano gli economisti di viale dell'Astronomia: "Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente", e "l'impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull'economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull'industria, che stava provando a risalire.
Rodolfo Ricci
