Tra le principali cause, l'82,1% delle aziende indica le retribuzioni basse rispetto al costo della vita. Seguono la ridotta fiducia nel futuro del Paese e nelle istituzioni, segnalata dal 46,4%, e le scarse opportunità di lavoro, indicate dal 35,7%. Il 75% delle imprese dichiara di avere già adottato una strategia basata su formazione continua, lavoro flessibile e percorsi di carriera.
Tra le linee d'azione: aumentare l'attrattività del lavoro qualificato; semplificare l'ingresso dei talenti internazionali; rafforzare il collegamento tra università, ricerca e imprese; sostenere la mobilità e le famiglie; creare un ecosistema più competitivo per startup e deep tech. Secondo le simulazioni dello Studio, senza interventi strutturali l'Italia rischia di perdere complessivamente circa 760mila laureati tra il 2025 e il 2035, con oltre 120 miliardi di euro di investimento formativo non recuperato e fino a 307 miliardi di euro di Pil potenziale perso. L'attuazione della Roadmap consentirebbe invece, nello scenario più ambizioso, di recuperare fino a circa 119mila laureati entro il 2035 e generare fino a 11,1 miliardi di euro di Pil aggiuntivo annuo.
Per la ministra del Lavoro Calderone questi numeri vanno letti alla luce dei ultimi dati Istat, che restituiscono un quadro già in movimento: nel 2025 si riduce di oltre il 20% il numero di italiani che si trasferiscono all'estero, un'inversione di rotta che matura mentre il Paese raggiunge il traguardo storico di 24,3 milioni di occupati, oltre 1.300.000 lavoratori in più da inizio mandato.
Secondo un’indagine Cnel la possibilità che i giovani italiani all'estero tornino in Italia si gioca su due fronti: retribuzione adeguata e riconoscimento del merito. Il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro si è rivolto direttamente ai giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il Paese, per domandare le ragioni della partenza, il bilancio dell'esperienza e le condizioni alle quali prenderebbero in considerazione il rientro. I primi risultati sono stati anticipati dal presidente Brunetta a Cernobbio. A rispondere è stata la parte più formata di una generazione: il 93% è laureato, con il 45% in possesso di una laurea magistrale, il 22% di un master, il 14% di una laurea triennale e il 12% di un dottorato. Il 58% ha lasciato l'Italia appena terminati gli studi, senza averci mai lavorato. Oggi l'87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell'Unione europea, il 27% in Europa extra-Ue) e l'8,5% in Nord America.
Un aumento consistente delle retribuzioni è la condizione per il ritorno in Italia più citata in assoluto, giudicata estremamente rilevante dall'83% dei rispondenti. Sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all'88% e il merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro con il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro con il 72%, mentre alloggi accessibili e servizi pubblici efficienti, gli ambiti di competenza più diretta dell'attore pubblico, chiudono la graduatoria con il 63% e il 62%. Le stesse due voci, in ordine invertito, spiegano la partenza.
Giampiero Guadagni
