Nel corso del 2025 l'economia ha mostrato un'espansione solida ma disomogenea, trainata dagli Stati Uniti e dalle economie emergenti, a fronte di una dinamica più debole dell'Unione europea. E per i mesi a venire, le prospettive restano incerte, condizionate dall'inasprimento delle tensioni geoeconomiche in Medio Oriente e dal conseguente rialzo dei prezzi dell'energia, che alimentano i rischi al ribasso per la crescita globale. In Italia, infatti, l'attività economica rallenta rispetto al biennio precedente: il pil italiano si è attestato al +0,5% sostenuto dalla domanda interna e dagli investimenti sulla spinta delle costruzioni e degli impianti e macchinari, ma con un contributo della domanda estera negativo di 0,7 punti. Non stupisce, dunque, che le previsioni del 2026 traccino un ritmo simile, legato al peggioramento del clima di fiducia soprattutto dei consumatori, fortemente condizionato dagli shock globali. Il rialzo dei prezzi dell'energia (+9,3% ad aprile), a partire dal petrolio, mette sotto pressione l'inflazione, che pure nel 2025 è rimasta a 1,6% (su tassi inferiori alla media dell'Eurozona del 2,1%), rischiando di pesare sul potere d'acquisto delle famiglie. L'analisi settore per settore conferma andamenti alterni, con i servizi e le costruzioni (sosteute dal Pnrr) che crescono; e la manifattura che invece ha continuato a mostrare segnali di debolezza.
In questo scenario, migliorano però i conti pubblici, sostenuti dall'incremento dell'avanzo primario, in aumento allo 0,8% del Pil, e dalla spesa per interessi stabile al 3,9%. L'indebitamento netto cala al 3,1% del Pil (dal +3,4 dell'anno precedente), a fronte di un deficit dell'area euro del 2,9%. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1%, restando però il secondo valore più elevato nell'area euro dopo quello della Grecia (+146,1%) e superiore alla media europea (+87,8%). La pressione fiscale, intanto, aumenta al 43,1%, sospinta dal dinamismo di Ires e Iva, mentre l'Irpef segna una netta riduzione. In parallelo i contributi sociali aumentano di oltre 27 miliardi.
Anche il mercato del lavoro mostra luci e ombre: se da un lato ha proseguito la fase di espansione, caratterizzata da un aumento dell'occupazione stabile e da una riduzione della disoccupazione e dei Neet, restano i ritardi nel tasso di occupazione rispetto alla media europea e i gap strutturali che riguardano donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno. Nel 2025 l'occupazione ha segnato un +0,8%, manifestando però un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente e restando ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4%) e Spagna (+12,6%). Il tasso di occupazione arriva quindi al 62,5%, quello di disoccupazione cala al 6,1% (e +5,2% a marzo 2026). Tuttavia, a trainare questa crescita sono gli over 50, che negli ultimi sei anni hanno visto crescere il proprio tasso di occupazione di oltre cinque punti percentuali, contro i 3,7 punti delle fascia 35-49 anni e i 2,2 punti degli under 35. Non solo: dalla fotografia scattata dal rapporto Istat emerge un mercato azzoppato da notevoli divari di genere: nel 2025, circa la metà dell'occupazione femminile è concentrata in appena 17 professioni mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43 professioni. Inoltre, le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi maschi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore, se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile. Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord: i lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5%).
Le retribuzioni contrattuali, nel 2025, crescono del 3,1% in termini nominali, con incrementi più accentuati nell'industria (+3,4%) rispetto ai servizi (+3,0%) e alla pubblica amministrazione (+2,7%). Sebbene l'andamento sia superiore al tasso di inflazione e per il secondo anno consecutivo ha permesso di realizzare un recupero in termini reali, alla fine del 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 rimane ancora ampia: +8,6%.
Non accennano a migliorare le prospettive di un imminente inverno demografico. Gli ultimi dati mostrano una popolazione residente in Italia che, al 1° gennaio 2026, conta 58,9 milioni di individui, con un tasso di crescita prossimo allo zero, seppure in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023). Con un numero di nascite inferiore ai decessi, il saldo naturale nel 2025 continua a essere negativo (-296mila) e la popolazione complessiva si mantiene stabile grazie a un saldo migratorio positivo che compensa quello della dinamica naturale. Il processo di progressivo invecchiamento della popolazione favorisce peraltro l'aumento della quota di popolazione affetta da multi-morbilità, cioè con almeno due malattie croniche. Il carico di malattia e di perdita di autonomia si concentra nei gruppi socio-economicamente svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni più sfavorevoli nel corso della vita. In questo contesto, sottolinea l’Istat bel suo Rapporto, il confronto tra finanziamento effettivo del Servizio sanitario nazionale e bisogno potenziale di assistenza evidenzia ”un'allocazione regionale delle risorse non sempre coerente con le condizioni di salute della popolazione residente”. Alcune regioni, infatti, ricevono una quota di finanziamento inferiore a quello medio nazionale, pur avendo livelli di popolazione in condizioni di multi-cronicità superiori. È il caso, ad esempio, della Calabria e della Basilicata che presentano il mismatch maggiore (mentre alcune regioni ricevono un finanziamento più elevato, nonostante una prevalenza di multi-cronicità inferiore alla media, circostanza che si riscontra in maniera evidente per la Provincia Autonoma di Bolzano).
Anche uscendo dal perimetro del Ssn, le disuguaglianze economiche rimangono marcate. Nel 2025, in Italia, la popolazione a rischio di povertà è pari al 18,6% del totale (11 milioni di individui). Un dato che, restando stabile rispetto al 2024, conferma la persistenza di un'area di vulnerabilità economica ampia e strutturale all'interno del Paese. E l'incidenza è più che doppia per chi vive in famiglie con almeno un componente straniero (33,7% il 16,6% delle persone in famiglie di soli italiani). Le variabili che incidono maggiormente su questa condizione di vulnerabilità sono il titolo di studio, la professione e la cittadinanza, che si conferma una determinante cruciale della condizione economica, evidenziando la maggiore fragilità dei cittadini stranieri: le famiglie composte solamente da stranieri presentano l'incidenza di povertà assoluta più elevata (35,2%). A pesare sul ”portafoglio” di individui e famiglie, sono anche due voci in particolare: la casa e i servizi energetici essenziali. Nel 2025, le spese per l'abitazione rappresentano un onere economico pesante per il 35,9% degli individui e il 22,4% riferisce di arrivare alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà. Sul fronte della povertà energetica, definita come l'impossibilità per un nucleo famigliare di accedere a servizi energetici essenziali, nel 2024 è pari al 9,1%, in aumento rispetto al biennio precedente (era 7,7% nel 2022 e 9,0%nel 2023), con valori più elevati a Sud e nelle isole.
Capitolo istruzione. L'Italia ha raggiunto in anticipo l'obiettivo Ue sull'abbandono scolastico precoce (8,2% nel 2025), al di sotto della soglia del 9%o fissata dall'UE per il 2030. Persistono tuttavia forti disuguaglianze, con valori più alti tra i maschi (10,1% contro 6,2% tra le donne), nelle Isole (13,7% contro il 6,8% nel Nord-est) e tra i figli di genitori con al più la licenza media (20,7%, contro l'1,1% se almeno un genitore è laureato). Tra i giovani con cittadinanza straniera, il tasso di abbandono precoce degli studi è circa quattro volte superiore, pur variando a seconda dell'età di arrivo in Italia.
La nuova filiera formativa tecnologico-professionale '4+2', pensata per contrastare la perdita di attrattività degli istituti tecnici e professionali conseguente all'ampliamento dell'offerta liceale a partire dalla riforma del 2010, consente un ingresso più rapido nel mercato del lavoro o la prosecuzione verso gli Its Academy. Il tasso di laureati tra i 25-34enni è al 31,6%, contro una media europea del 44,1%.
Giampiero Guadagni
