Nel 2023 l'Italia ha registrato una delle più alte densità di medici dell'Unione europea, con 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, oltre il 25% in più rispetto alla media Ue. Al contrario, la densità di infermieri praticanti era di 6,9 ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media Ue di 8,4, con un rapporto infermieri/medici di appena 1,3, uno dei più bassi nell'Ue. Questo squilibrio ”riflette le difficoltà di lunga data nell'ampliamento della forza lavoro infermieristica, difficoltà che sono state ulteriormente aggravate dalla crescente domanda dovuta all'invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro a causa dei pensionamenti, dell'emigrazione e del calo del numero di neolaureati. L'attrattiva della professione è ulteriormente compromessa da una retribuzione non competitiva: mentre nella maggior parte dei Paesi Ue gli infermieri guadagnano circa il 20% in più rispetto al salario medio nazionale, gli infermieri italiani sono retribuiti più o meno alla pari”. La carenza di infermieri ”rappresenta un ostacolo strutturale alla transizione verso modelli di assistenza più integrati ed economici”. Carenza ”aggravata dalla rigidità nella pianificazione e nell'impiego del personale sanitario, dato che le 31 professioni sanitarie legalmente riconosciute in Italia contribuiscono a un sistema frammentato che limita l'interoperabilità e complica la pianificazione coordinata della forza lavoro”. Vengono rilevate anche disparità geografiche con un "reclutamento notevolmente più difficile nelle zone rurali e remote”. Per quanto riguarda i medici, spiega l’Ocse, ”dal 2018 l'Italia ha notevolmente ampliato il numero di posti disponibili nelle facoltà di Medicina e il numero di contratti di formazione specialistica, risolvendo così la storica carenza di posti per la formazione medica post-laurea. Tuttavia, questa crescita è stata accompagnata da un cambiamento nelle preferenze degli studenti, che hanno iniziato a evitare le specializzazioni critiche per il sistema, come la medicina d'urgenza e l'anestesiologia, per orientarsi verso settori che offrono un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata e maggiori opportunità nel settore privato”. Al contrario, ”l’afflusso di nuovi infermieri è diminuito drasticamente nell'ultimo decennio, con un calo del numero di laureati in infermieristica superiore al 3% annuo tra il 2013 e il 2022. Tra il 2020 e il 2022, questa tendenza ha portato a un numero di infermieri inferiore rispetto a quello dei medici che entrano nel mondo del lavoro ogni anno”. Viene però evidenziato anche un segnale incoraggiante: nel 2023 il numero di laureati in infermieristica ha nuovamente superato quello dei laureati in medicina.
L’Ocse fa poi sapere che, sempre nel 2023, la spesa sanitaria corrente in Italia ha rappresentato l'8,4% del Pil, una quota che è di 1,6 punti percentuali in meno rispetto alla media dell'Ue. Dopo l'adeguamento al potere d'acquisto, ”la spesa sanitaria pro capite ha raggiunto i 3.086 euro, circa il 19% in meno rispetto alla media Ue di 3.832 euro”. Questo divario ”riflette una spesa pubblica inferiore del 27% rispetto alla media Ue pro capite, parzialmente compensata da una spesa privata superiore dell'8% rispetto alla media Ue. Dopo i forti aumenti registrati tra il 2019 e il 2021, quando la spesa sanitaria era cresciuta di oltre l'8% in termini reali a causa dei costi legati alla pandemia, la crescita della spesa si è poi normalizzata.
Per il ministro della Salute Schillaci ”il quadro che emerge dovrebbe farci sentire un po' più fieri del Servizio sanitario nazionale italiano. Il nostro welfare sanitario è un punto di riferimento sul piano globale”.
Giampiero Guadagni
