C’ était hier l’été ; voici l’automne!
Così Baudelaire canta nel 1859 l’Autunno e lo smarrirsi del suo cuore in quel tempo che gli giunge a separarlo dalla ‘vivida luce di estati troppo corte’. È la nostalgia per ciò che crediamo perduto il sentimento che ricolma i giorni più aridi dell’anno, quelli che dimenticano presto l’abbondanza dell’estate e in cui restiamo soli e al freddo. Novembre è il mese in cui il buio vince sulla luce e la malinconia occupa tutto lo spazio dell’anima ma è anche il titolo del quadro più poetico di Antonio Fontanesi.
Dopo aver scelto di caratterizzare la sua vita e formazione viaggiando, il pittore emiliano si stabilisce in Francia, visita nel 1855 l’Esposizione Universale di Parigi e studia, innamoratosene perdutamente, la pittura di paesaggio della ‘scuola di Barbison’ e in particolare di Corot. Fontanesi ha una sensibilità romantica e ciò che vede nel ‘vero’ lo dipinge poeticamente..! Nell’inverno del 1864 è a Ginevra e realizza un quadro che insieme ad altri due sarà esposto a Torino e acquistato dal re Vittorio Emanuele II per le collezioni di Palazzo Reale: un uomo solo, al centro di una natura struggente, pensa, avvolto in uno scialle che gli copre il capo e lo protegge dal freddo che sentiamo anche noi fuori dalla tela.. gli alberi hanno perduto, strappate dal vento, quasi tutte le foglie e abitano uno spazio silenzioso in cui il pittore riesce a evocare un lirismo attraverso il quale ci sembra un paradiso quella natura salva dal dolore e dall’affanno. Fontanesi, che secondo la critica che comprese tutto il suo valore ‘poteva aspirare al titolo di poeta dell’aria e della luce’ più di quanto fossero riusciti Corot, Turner, Constable, riesce ad antropomorfizzare un sentimento, quello che lega l’uomo al tempo e al mondo: la luce di Fontanesi si carica nel quadro di una malinconia di fronte alla quale i nostri pensieri si fanno dolci. La solitudine dell’uomo del dipinto è la stessa che l’artista vivrà, amareggiato dal raccogliere incomprensioni e timidi successi per la sua opera.
Stanco delle invidie e delle meschinità per cui viene considerato solo un imitatore della pittura francese partirà per Tokyo e i suoi ultimi anni conoscerà lo sconforto e l’abbandono da parte della critica. Il capolavoro di Fontanesi torna, dopo essere scomparso dal Piemonte per ragioni ancora non chiare, nel 1978 a Torino grazie alla generosa opera di mecenate di Ettore de Fornaris che, una volta acquisito il quadro, lo dona alla GAM.
La pittura è una poesia che si vede e non si legge e Fontanesi come tutti gli artisti del crepuscolo del XIX secolo usano i colori come parole e rime per raccontare l’impenetrabile poetico cuore delle cose.

