Sono passati ormai cento anni dal quel lontano 1926 , quando per la prima volta (ad oggi ancora unica), una donna italiana vinceva il Premio Nobel per la Letteratura e salendo sul palcoscenico di Stoccolma, unica tra tanti uomini, sublimava un momento così importante con queste poche parole: “Io non so fare discorsi. Mi accontenterò di ripetere l’augurio che i vecchi pastori di Sardegna rivolgevano ai loro amici nelle occasioni solenni: salute”. Si trattava di Grazia Deledda, colei che non a caso era stata denominata dagli “amici settentrionali”, “il fiore dell’agave”, come racconta la stessa scrittrice in una lettera del 1892 indirizzata a Angelo De Gubernatis: schiva e selvaggia, ma volitiva e caparbia, “nata tra le spine” di una Barbagia, allora chiusa e culturalmente piena di pregiudizi, ma dall’animo sensibile, con “un filo di dolcezza e di bontà” nascosto sotto la dura corazza (riversato poi in alcuni dei personaggi dei suoi romanzi) tenace proprio come l’agave, pianta grassa ricca di spine, capace di crescere in luoghi impervi e aridi, al cui interno custodisce una linfa dolce e un cuore tenero.

