Cento anni dopo Piero Gobetti, la sua vita breve ma intensa e il suo pensiero si stagliano come una luminosa scia di integrità morale, percorso introspettivo, vivace e indomito interrogativo sulla necessità dell’impegno nella storia. Nella storia italiana il pensiero di Piero Gobetti, ispiratore dell’an tifascismo di matrice liberale, segna uno snodo politico, culturale e civile fondamentale per comprendere problemi e insufficienze della vita nazionale; soprattutto per capire quanto la mancanza del senso concreto della libertà abbia impedito all’Italia di maturare una coscienza e una mentalità improntate alla modernità. La profonda intenzione etica che informa la breve vita di Gobetti rappresenta il filo conduttore lungo il quale si dipana l’esperienza unica, straordinaria e tragica di questo giovane, che costruisce il proprio percorso facendosi modello di quell’Italia moderna il cui vuoto civile e politico, riconducibile al «fallimento della rivoluzione italiana dell’’800», egli ritiene causa di un’aspra crisi, risolvibile solo con un passaggio rivoluzionario, ossia con una doppia palingenesi, morale e politica. L’e sistenza di Gobetti fu brevissima ma il suo importante ruolo culturale e politico che si dispiegò tra il novembre 1918 e il febbraio 1926, ha lasciato tracce indelebili, ispirando più generazioni di intellettuali, pensatori, movimenti, comunità.
Meno di otto anni in cui, prima di emigrare a Parigi per andare a morire, dopo le percosse subite in patria dai fascisti, il giovane intellettuale torinese fondò tre riviste e una casa editrice, mostrando in concreto di essere innanzitutto un grande organizzatore culturale. La prima rivista, ”Energie Nove”, ebbe due serie tra il 1918 e il 1920. In quella stagione fu centrale il ruolo di Santino Caramella e di Ada Prospero, sua amata (sorprendentemente contraria all’e stensione del diritto di voto alle donne) da cui ebbe il figlio Paolo che le lasciò neonato quando emigrò in Francia. Tra gli illustri collaboratori, si ricordano Croce, Prezzolini, Salvemini, Gramsci, Angelo Tasca, Balbino Giuliano (poi divenuto fascista e nel 1929 ministro dell’Educa zione Nazionale) e Ubaldo Formentini. La seconda rivista, il settimanale ”La Rivoluzione liberale”, visse tra il febbraio del 1922 (quando fu pubblicato il “manifesto della Rivoluzione liberale”) e il novembre del 1925, configurandosi come un terreno di analisi e dibattito all’inse gna dell’antifascismo radicale e, per questo, causa della rottura politica di Gobetti con Prezzolini, fautore della Società degli Apoti, che rappresentò pure l’inizio della fine dei rapporti con Salvemini. Su La Rivoluzione liberale scrissero anche Bauer, i fratelli Rosselli, Brosio, Carlo Levi, Adriano Olivetti, Sapegno e Basso. La terza rivista, ”Il Baretti”, nacque come supplemento letterario de La Rivoluzione liberale nel dicembre 1924 (pur essendo stato annunciato già nel 1922) e sopravvisse a Gobetti fino al dicembre 1928 divenendo un quindicinale. Alle riviste si aggiunse la casa editrice che portò il suo cognome e che, tra il 1923 e il 1926, pubblicò oltre cento volumi di autori quali l’amato Vittorio Alfieri, Sturzo, Einaudi, Montale, Dorso, Salvemini, Giovanni Amendola, Curzio Malaparte e John Stuart Mill, che ci ricorda come un’altra qualità di Gobetti fosse il suo respiro internazionale, oltre che una straordinaria versatilità. Nella Torino del Biennio Rosso, tra la nascente cultura massimalista di Ordine Nuovo di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, e i cattolici popolari tra i quali vi era il giovane, futuro santo, Pier Giorgio Frassati, Piero Gobetti emerge come l’in tellettuale capace di vedere oltre l’orizzonte, che non vedrà, definendo il nascente fascismo “l’auto biografia della nazione” oppure la riflessione profonda e inedita di un liberale democratico e antifascista che afferma: “Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un ordine nuovo. Non sento in me la forza di di seguirli nell'opera loro, almeno per ora. Ma mi par di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarebbe dalla parte che ha più religiosità e spirito di sacrificio”. Come scrive Paolo Bagnoli per il giovane intellettuale torinese concepisce la propria esistenza in quanto pensiero compiuto, e l’idea della compiutezza sovrintende coerentemente (in una sorta di persistenza psicologica irrinunciabile) tutto l’arco della sua breve vita, che lo vede impegnato in una costante riduzione a unità di ogni aspetto del proprio lavoro.
Per tali motivi non si coglie il significato del gobettismo (come scelta di vita che intreccia l’im pegno pubblico con la costruzione della propria interiorità) se non si specifica come sia Gobetti stesso a delineare il ‘modello Gobetti’: l’avvio di un siffatto processo risiede nella decisione di ‘riscattarsi’ eticamente dal contesto familiare, vale a dire di auto formarsi consapevolmente. Per Gobetti, infatti, impegnarsi seriamente in un processo educativo significa riscattarsi intellettualmente dall’anonimato morale che caratterizza la propria famiglia, proiettando la propria vita in un ideale per il quale non è il denaro a conferire dignità agli esseri umani e la conquista dell’istruzione non rappresenta semplicemente il modo di uscire dalla condizione di inferiorità sociale che quotidianamente assillava i suoi genitori. In ogni scritto nel quale fa riferimento al suo percorso di formazione e alle origini da cui trae la sua motivazione, troviamo il richiamo al tema dell’aridità, talora chiamata aridezza, concetto che si coniuga, molto spesso, a quelli di volontà e di solitudine. Gobetti è dunque, uno dei simboli della Torino tenace e schiva, priva di retorica, ama l’arte, l’opera e la letteratura si inventa editore ed è scrittore, poliedrico ma non eccentrico, capace di una introspezione interiore che apre ad una visione laica e religiosa insieme, anche se non confessionale. Alla sua scuola i grandi del Novecento come Norberto Bobbio e Luigi Firpo, Franco Antonicelli, Cesare Pavese e Italo Calvino, il mondo dell’azionismo antifascista lo indicheranno come un modello. La moglie Ada e il figlio Paolo sono stati gli eredi di quella tradizione subalpina, ferma, coerente fino al sacrificio di sé, capace di coniugare la modernità e le espressioni più alte di un umanesimo che deve fare i conti con le sfide della storia. Come ricorda il presidente del Centro Studi Piero Gobetti, Pietro Polito ripreso del volume di Paolo Di Paolo “Illuminante in questo senso, a scanso di equivoci politici, sulla radice dell’ag gettivo liberale come liberantesi, che si libera. Questo liberarsi – dice Polito – passa prima di tutto per un motivo umano dentro la battaglia delle idee. Passa per la biografia di Piero: la sua singolare, irripetibile, troppo breve e intensissima vita.

