Martedì 3 febbraio 2026, ore 12:51

Mostre

Una eccezionale stagione creativa

di ELIANA SORMANI

Tra il 1796, anno della discesa di Napoleone in Italia, e il 1814, anno in cui cade l’Impero Napoleonico, la nostra penisola vive un profondo cambiamento politico, economico e sociale, in cui Milano e Roma emergono quali centri nevralgici per lo sviluppo dell’arte e della cultura: da un lato Milano si erge a capitale della modernità e a crocevia del neoclassicismo europeo, dall’al tro lato Roma mantiene il suo ruolo di capitale delle arti classiche grazie al suo ricco patrimonio archeologico, pur impoverita di molte opere che vengono trasferite in Francia da Napoleone stesso. E’ proprio intorno a questo breve ma intenso periodo storico che si sviluppa la mostra “Eterno e visione. Roma e Milano capitali del neoclassicismo”, proposta a Milano dalle Gallerie d’Italia e aperta dal 28 novembre fino al 6 aprile. Un allestimento senza precedenti, di forte impatto visivo, sia per il numero di opere riunite, oltre 110 tra dipinti, sculture, marmi, disegni, incisioni e straordinari esempi di arte decorativa che testimoniano la grandiosa arte neoclassica, espressione di un potere che vuole mostrarsi nella suo massimo splendore, come per la presenza di opere provenienti da istituzioni museali pubbliche e private raramente uscite dalle loro sedi. Un’immer sione nel mondo neoclassico che colpisce il visitatore fin dal salone d’ingresso, dove a dominare la scena sono due sculture di dimensioni monumentali, rispettivamente costituite dal “Cavallo Colossale” progettato da Canova per il monumento equestre di Ferdinando I di Borbone: scultura in gesso patinato a finto bronzo, fresca di un restauro miracoloso, ottenuto dalla ricomposizione di oltre 200 frammenti ed esposta ora al pubblico per la prima volta nella sua integrità, affiancata all’opera di Donatello “Protome di cavallo”, (detto Testa Carafa), scultura in bronzo a sua volta ispirata alla Statua equestre di Marco Aurelio del Campidoglio, a cui Canova si ispira per la progettazione della testa del suo cavallo. Un’apertura di mostra che sottolinea il ruolo di Antonio Canova, quale protagonista indiscusso, con le sue sculture, di un periodo storico e artistico preludio di una stagione che porterà a diffondere l’immagine di un’Italia nuova, prossima alla sua unità. Immagine a cui la mostra dedica la sua seconda sezione con un ampio affondo su un altro artista, Giuseppe Bossi, grande amico di Canova, che contribuirà con la sua pittura a definire attraverso le prime figure allegoriche i tratti principali della futura nazione, ispirandosi al clima vivace e moderno presente a Milano, dove proprio all’inizio dell’Ottocento prende forma anche la lingua italiana, in un fermento letterario (basti pensare a Manzoni), in cui si sviluppa la ricerca di una nuova identità nazionale. L’esposizione, spettacolare anche per l’allestimento, curato da Corrado Anselmi ed accompagnata da un interessante catalogo edito da Allemandi, è suddivisa in 10 sezioni tematiche (Canova e il cavallo colossale, Canova, Bossi e l’immagine dell’Italia, Lo splendore delle arti decorative, Piranesi e Asperi. Le vedute di Milano e Roma, La gloria di Giuseppe Bossi tra Milano e Roma, Il Primato del disegno, Il Foro Bonaparte. La magnifica utopia, Gli onori d’Italia e l’incoro nazione di Napoleone, Da Foscolo a Manzoni. I protagonisti), affidate a tre distinti curatori, Francesco Leone, Elisa Lissoni e Fernando Mazzocca. Se il Cavallo maestoso di Canova è un esempio oltre che di raffinata arte anche di prezioso lavoro di restauro, la sala dedicata all’im magine dell’Italia testimonia la storia di una solida amicizia tra Antonio Canova e Giuseppe Bossi. Nato a Busto Arsizio, e per questa sua origine molto legato alla tradizione lombarda, Giuseppe Bossi è un intellettuale a 360 gradi: erudito, storico, teorico, grande pittore e letterato, nonchè importante segretario della prima Accademia d’Italia, quella di Brera, che, fondata in età asburgica diventa in età napoleonica officina di grandi ingegni. Convinto che la cultura e l’arte siano le fondamenta dell’identità italiana, che nasce proprio a Milano, città proiettata verso il futuro, riorganizza l’Accademia delle Belle Arti di Brera e ne fonda la sua Pinacoteca. La mostra intende restituire a Bossi la fama e l’impor tanza che nel tempo aveva smarrito. Durante i sei anni trascorsi a Roma, decisivi per la sua formazione artistica, Bossi visse a stretto contatto con Canova, subendone profondamente il fascino e instaurando con lui un legame destinato a durare per tutta la vita. Nei suoi dipinti e disegni si riconoscono infatti il linguaggio aulico delle sculture canoviane di soggetto eroico e il serrato ritmo compositivo dei celebri bassorilievi.

In mostra sarà possibile confrontarsi con la riproduzione fotografica del suo monumentale dipinto “Ricono scenza della Repubblica italiana a Napoleone” conservato a Brera, in cui egli presenta Napoleone come un imperatore romano che consegna ad una figura femminile, allegoria dell’Italia, l’ulivo della pace.

Un’immagine nuova quella proposta per l’Italia, per dipingere la quale si ispira a Canova e al monumento funerario eretto dallo scultore per Alfieri. In mostra si vedono i vari stadi attraverso cui nei diversi bozzetti lo stesso Canova arriva all’i conografia straordinaria di una nuova Italia. A Bossi appartiene invece il ritratto di Napoleone, icona della mostra stessa, in cui Bonaparte è proiettato in una dimensione eterna e universale, epica ed esemplare, sia dal punto di vista estetico come etico. Un Napoleone che diventa poi protagonista indiscusso delle sezioni successive della mostra a partire dalla sala in cui viene ricostruita la giornata del 26 maggio 1805, quando Milano si sveglia con un colpo di cannone, richiamo di un’immensa folla in piazza del Duomo per assistere all’incorona zione del re d’Italia. La cerimonia, concepita prendendo a modello l’in coronazione parigina, che a sua volta si ispirava alla leggendaria incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800, costituiva una tappa fondamentale nel processo di legittimazione al potere di Napoleone. Fu lo stesso imperatore a scegliere gli emblemi reali, i simboli e i segni del suo potere, che divennero una sorta di manifesto politico, fattosi oggetto concreto, attraverso le decorazioni del mantello, dello scettro, del bastone del comando e della corona. Accanto ai simboli dell’impero romano a cui si ispirava il potere di Napoleone appaiono anche i simboli delle sue recenti conquiste, dal leone di San Marco in cima allo scettro, alla corona ferrea, che portava all’in terno un cerchio un chiodo della croce di Gesù: un oggetto che da solo conferiva alla cerimonia regalità, solennità e autorevolezza. Simboli e opere d’arte, questi, oggi presenti in mostra in un allestimento molto suggestivo, accanto allo splendido mantello in velluto verde, ricamato in oro e argento, indossato da Napoleone in occasione della sua incoronazione, che per l’occasione è stato magnificamente restaurato nei suoi colori originari, a richiamare i colori della repubblica Cisalpina, allusivi alla fertilità della terra italiana. Ci penserà Andrea Appiani, altro importante esponente del neoclassicismo attivo a Milano, a fissare l’iconografia ufficiale del nuovo sovrano in un suo ritratto di Napoleone, mentre spetterà al pittore francese di corte Francois Gerard ritrarre la viceregina Amalia di Baviera e il Vicerè Eugenio de Beauharnais. Con l’arrivo di Napoleone a Milano riprendono anche i lavori conclusivi della facciata del Duomo.

E’ lo stesso sovrano che chiama in città moltissimi scultori e scalpellini provenienti da tutta Italia, che poi vengono impiegati anche per erigere altri monumenti cittadini tra cui l’Arco della Pace, e per lavorare presso privati, dando origine alle prime figure di collezionisti mecenati come quella del celebre Giovanni Battista Sommariva. Tra questi scultori provenienti dalle diverse città italiane, ed in particolare da Roma, vanno ricordati Camillo Pacetti, nominato anche professore di scultura a Brera, del quale in mostra è presente una versione in marmo della “Minerva infonde l’a nima all’automa di Prometeo” e il forlivese Luigi Acquisti arrivato a Milano dopo 16 anni di permanenza a Roma.

Una delle tappe più spettacolari della mostra è la sala dedicata al progetto visionario di Giovanni Antonio Antolini per il Foro Bonaparte, presentato attraverso 16 tavole acquerellate conservate presso la Biblioteca Nazionale di Francia ed esposte per la prima volta al pubblico. Il progetto prevedeva la creazione, intorno al Castello, di un quartiere concepito come cuore pulsante di Milano: un centro direzionale che riunisse edifici di pubblica utilità, dalle terme al teatro fino alle dogane e ai dazi, espressione dei valori repubblicani di condivisione della vita sociale. Mai realizzato, il progetto sopravvive nelle tavole, probabilmente donate a Bonaparte nel 1805, quando ormai era stato accantonato, ma restava vivo nei desideri di Antolini. L’ultima sala della mostra evoca un vivace sodalizio di intellettuali protagonisti della vita culturale del tempo, mettendo in luce una pluralità di figure tra politici, letterati, pittori, collezionisti e intellettuali, spesso divisi da posizioni divergenti: da Sommariva a Monti, fino a Foscolo. Tra le opere esposte in sala figura anche il busto di Giuseppe Bossi, realizzato da Canova dopo la prematura scomparsa dell’amico, avvenuta a soli 38 anni. L’opera destinata a Brera, istituzione per la quale Bossi si era fortemente profuso, non venne accettata (forse a causa delle sue dimissioni da Segretario) e fu invece accolta all’Ambrosiana, il più antico museo milanese, dove è ancora oggi visibile sullo scalone di accesso alla Pinacoteca. Straordinario è il fatto che Canova ritrasse Bossi ispirandosi al proprio autoritratto, un gesto simbolico che suggella per sempre la loro profonda amicizia, tema filo conduttore della mostra, con cui la stessa si apre e si chiude.

( 3 febbraio 2026 )

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Una eccezionale stagione creativa

Alle Gallerie d'Italia di Milano la mostra “Eterno e visione. Roma e Milano capitali del neoclassicismo”

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