La Fai Cisl valuta positivamente il provvedimento. Per il reggente nazionale Antonio Castellucci ”l’introduzione di strumenti più efficaci contro frodi e concorrenza sleale non può che riscontrare il favore di chi, ogni giorno, si batte in prima linea, sui tavoli istituzionali, contrattuali e sui territori, per affermare il valore del lavoro agroalimentare. Ora è auspicabile che i nuovi strumenti siano a favore non solo del lato repressivo ma anche preventivo, e che siano connessi anche a un ruolo di maggiore protagonismo dei lavoratori nelle imprese per innalzare l’asticella di redditi e tutele, qualità del lavoro, produttività, sicurezza e salute tanto per i lavoratori quanto per i consumatori”. Conclude Castellacci: ”La sfida per rafforzare e tutelare il Made in Italy agroalimentare non si vince con scorciatoie al ribasso ma migliorandone tracciabilità, controlli, standard produttivi, qualità e sicurezza del lavoro. Per questo ci attendiamo che, parallelamente alle nuove norme previste dal Ddl, prosegua senza soste anche il confronto con il Governo per debellare caporalato, ghetti e lavoro irregolare”.
I prodotti alimentari, insieme ad abitazioni e trasporti, sono una delle voci principali della spesa delle famiglie in Italia. È quanto emerge dalla ”Storia di dati. I consumi cambiano insieme al Paese”, presentata all'Istat. Secondo la prima indagine sui bilanci delle famiglie dell'Istat, nel 1953, il 52,4% della spesa familiare era destinato a generi alimentari, bevande e tabacchi, e quasi l'80% era destinato al soddisfacimento dei bisogni primari di alimentazione, abbigliamento e abitazione. Grazie alla crescita del reddito, oggi alimentari e tabacchi rappresentano il 20,9% della spesa complessiva, nella quale è aumentata la rilevanza di altri (e nuovi) beni e servizi. In particolare negli ultimi 30 anni, la spesa per i servizi ha raggiunto circa la metà del bilancio mensile, ed è la stessa che 70 anni fa si riservava a generi alimentari e bevande. Complessivamente i consumi privati pro capite espressi in termini reali: tra il 1861 e il 1951, nei primi novant'anni dall'Unità, sono raddoppiati, aumentando di quasi cinque volte nelle decadi successive, sebbene a un ritmo progressivamente meno intenso. Nell'ultimo decennio, a una fase iniziale di stagnazione, sono seguiti la caduta associata alla pandemia da Covid-19 e un rapido recupero, frenato negli anni più recenti dall'erosione del potere d'acquisto causata dalle pressioni inflazionistiche.
Oggi, inoltre, la spesa per la salute è ai livelli precedenti alla nascita del Servizio sanitario nazionale. Tra il 1978 e il 1980, con l'istituzione del Ssn, le spese per la salute si riducono dal 3,9 all'1,3% del totale. Tuttavia, nei decenni seguenti, per la progressiva introduzione dei ticket, l'invecchiamento della popolazione e la maggior attenzione alle cure, questa quota risalirà fino a circa il 4% attuale.
Negli anni Cinquanta, le famiglie del Mezzogiorno spendevano il 12% in meno della media nazionale. In questa ripartizione, ad alimentari, bevande e tabacchi, prodotti tessili e articoli igienico sanitari venivano destinate quote di spesa più elevate rispetto al resto del Paese. Oggi, in termini monetari, le famiglie del Mezzogiorno spendono il 20% in meno della media nazionale, e più di un quarto della loro spesa continua a essere destinato ad alimentari, bevande e tabacchi, contro circa il 19% nel Centro-Nord.
Tra il 1861 e 2025, sottolinea ancora l’Istat, il Pil pro capite in termini reali è aumentato di oltre 12 volte, con una crescita non uniforme nel tempo: fino alla metà del Novecento il suo valore è poco più che raddoppiato, mentre tra il 1951 e oggi l'incremento è stato pari a circa sei volte, con una stagnazione nell'ultimo ventennio.
Giampiero Guadagni
