Tra il primo trimestre del 2021 e il secondo del 2026, le retribuzioni di fatto e quelle contrattuali hanno perso in termini di potere d'acquisto un valore molto simile, il 9,4% per le retribuzioni di fatto e il 9,3% per le retribuzioni contrattuali. Per le retribuzioni contrattuali, a livello disaggregato, si osserva una perdita di potere d'acquisto leggermente minore nell'industria 6,8%, più marcata nei servizi privati 11,2% e nella Pa -10,1%.
Secondo una simulazione dell'Istat, illustrata in audizione, una più lenta discesa delle quotazioni delle principali materie prime energetiche nel biennio 2027-2028 potrebbe portare a una minore crescita di 0,2 punti percentuali nel 2027 rispetto allo scenario base. L'effetto risulterebbe più ampio nel 2028, quando la minore crescita raggiungerebbe 0,4 punti percentuali per via della propagazione degli effetti di trasmissione degli shock all'economia. Nel 2029, pur in assenza di un ulteriore rafforzamento degli shock ipotizzati, l'impatto sul Pil rimarrebbe negativo e pari a 0,2 punti percentuali.
Ieri inoltre, in occasione del centenario, l’Istituto di Statistica ha presentato il Report ”Storie di dati sui prezzi al consumo”. Nel Report si legge che la crescita generale dell'indice dei prezzi al consumo tra il 2000 e il 2025 è stata pari al 63% ma questo dato è la sintesi di incrementi superiori al 100% per l'aggregato di abitazione e utenze (trainato dalle spese per elettricità e combustibili), per gli alcolici e i tabacchi e per i servizi finanziari e assicurativi, e inferiori al 30% per i servizi d'istruzione e sanità, e di una diminuzione prossima al 60% del costo dei beni e dei servizi di informazione e comunicazione. Per i beni industriali non energetici nel loro complesso, l'incremento dei prezzi tra il 2000 e il 2025 è stato di poco superiore al 25%. L'Istat fa il confronto sulle quantità dei beni alimentari acquistabili con cinque euro nel 2025 sottolineando come siano cambiate in modo significativo le quantità a seconda dei beni rispetto a 100 anni fa, nel 1926. Con questo importo, nel 1926 si potevano acquistare 5,5 kg di patate, mentre nel 2025 la quantità scende a circa 3 kg; fenomeni analoghi interessano anche altri prodotti - come il pane o il latte e, in misura minore, la carne bovina caratterizzati da una forte componente di lavoro o da costi produttivi più difficili da comprimere. Al contrario, per alcuni beni trasformati industrialmente o le cui materie prime sono divenute meno care - quali la pasta, lo zucchero, il caffè - le quantità acquistabili sono aumentate sensibilmente: si passa da 1,3 kg di pasta secca di grano duro nel 1926 ai quasi 3 kg nel 2025, e per lo zucchero da 700 grammi a poco meno di 4 kg. Nell'arco degli ultimi 100 anni, le diverse dinamiche di prezzo dei singoli prodotti hanno alterato, anche in modo sostanziale, la struttura dei prezzi relativi. Il caso pane-zucchero è esemplare: nel 1926 il prezzo dello zucchero era quasi 2,5 volte quello del pane, nel 2025 è meno di un terzo. Per l'abitazione e le utenze gli aumenti dei prezzi tra il 2000 e il 2025 sfiorano il 120% mentre per gli alimentari e le bevande si avvicinano al 90%. Anche per l'alloggio e la ristorazione l'aumento dei prezzi supera il dato generale (63% l'inflazione nel periodo) andando oltre l'80%. Crescono meno della media i prezzi per l'abbigliamento con una percentuale che si aggira sul 40%.
In concomitanza con questa iniziativa, i dipendenti dell’Istat hanno rivendicato la valorizzazione del proprio lavoro chiedendo salari dignitosi e adeguati a quelli degli istituti di statistica europei e di altri istituti di ricerca italiani. Inoltre hanno sollecitato "la risoluzione del blocco ultradecennale delle carriere, del sottoinquadramento sistemico e del precariato ancora esistente.
Giampiero Guadagni
