Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia prevista. Ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sui loro stipendi passati. Nel rispetto della normativa sulla privacy, i lavoratori hanno il diritto di conoscere i criteri di determinazione del proprio stipendio e i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, suddivisi per genere. Le aziende possono fornire queste informazioni in modo proattivo (ad esempio tramite intranet). Il decreto chiarisce i concetti di ”stesso lavoro” e ”lavoro di pari valore”, basandoli su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. La contrattazione collettiva sarà il riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. Ove emergesse un divario retributivo di genere non giustificato pari o superiore al 5%, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l'ispettorato del lavoro per adottare misure correttive. Le aziende dai 100 dipendenti in su dovranno comunicare periodicamente dati specifici sulla trasparenza retributiva. Inoltre, per quanto riguarda il diritto di informazione del lavoratore su particolari dati retributivi aggregati, fermi restando gli obblighi di trasparenza già previsti a legislazione vigente, per le piccole imprese (fino a 49 dipendenti) si è scelto di indicare le modalità con le quali poter fornire questi dati con un successivo decreto del ministro del Lavoro, al fine di evitare oneri sproporzionati alle piccole imprese e al contempo garantire il rispetto della privacy degli altri lavoratori in contesti molto piccoli Il decreto, infine, istituisce un organismo di monitoraggio presso il ministero del Lavoro per vigilare sull'attuazione del decreto e rafforzare le tutele giudiziarie per i lavoratori discriminati.
Il provvedimento, commenta la Ministra del Lavoro Calderone, ”rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi ulteriormente durante il passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo”.
Soddisfatta la Cisl per la direzione intrapresa verso la trasparenza salariale; ma, sottolinea il segretario confederale Pirulli, ”i nodi per una effettiva uguaglianza restano inattività e sottoccupazione femminile”. Per il sindacato di Via Po ”è importante che l'Italia si avvii a recepire nei tempi la direttiva Ue sulla trasparenza salariale di genere. Apprezziamo che la bozza di decreto approvata vada in questa direzione e, in attesa di leggere i testi definitivi, possiamo rilevare positivamente il recepimento di alcune delle richieste da noi avanzate al tavolo di confronto con le parti sociali”. In particolare, osserva Pirulli, ”valutiamo favorevolmente il riferimento ai contratti collettivi nazionali per la comparazione delle retribuzioni, il coinvolgimento delle confederazioni sindacali e delle associazioni datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale nel monitoraggio dell'implementazione della futura legge. La contrattazione nazionale di riferimento deve essere quella delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. Il sindacato chiede di essere coinvolto nel confronto parlamentare e nella stesura dei decreti attuativi ”per correggere criticità che potrebbero comprometterne l'efficacia”. La parità retributiva tra donne e uomini è per la Cisl ”'un principio di civiltà. Occorre però evitare facili illusioni: la trasparenza salariale è necessaria ma non sufficiente. Il divario di genere in Italia dipende soprattutto da inattività, sottoccupazione e part-time femminile. Servono quindi più servizi di cura, sostegno alla contrattazione decentrata sulla conciliazione vita-lavoro e politiche capaci di promuovere un vero cambiamento culturale”.
Giampiero Guadagni
