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Cina, tre anni di lotte operaie che hanno costretto anche il sindacato a cambiare

La Cina corre veloce, come ha avuto modo di constatare anche il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in questi ultimi giorni. Ma con quali ricadute sul piano sociale? L’ultimo rapporto di ricerca del China Labour Bulletin sul movimento operaio in Cina esamina gli sviluppi chiave nell'attivismo dei lavoratori, nella società civile, nel sindacalismo e nella politica governativa dal 2015 al 2017. Un triennio nel quale i conflitti di lavoro hanno continuato a esplodere in una gamma sempre più ampia di settori, in particolare nell'edilizia e nei servizi. Anche perché, con il continuo aggiustamento strutturale dell’economia cinese, le industrie tradizionali come miniere, ferro e acciaio e manifatturiero sono diminuite mentre le nuove industrie di servizi si sono espanse rapidamente.

Nel frattempo, il movimento operaio è entrato in una nuova fase di azione collettiva più organizzata e mirata in cui i lavoratori riescono a sfruttare le più recenti tecnologie di internet e telecomunicazioni per perseguire in modo più efficace i loro obiettivi.

Un fermento che ha costretto anche il sindacato tradizionale, l’Acftu, ad avviare una serie di riforme organizzative. A livello di base, l'Acftu ha cercato di creare nuovi sindacati, reclutare nuovi membri e proteggere i diritti e gli interessi dei suoi membri, senza però mai rendere i lavoratori protagonisti del cambiamento. La conclusione cui giunge il China Labour Bulletin è che le riforme sindacali avviate in Cina nell’ultimo periodo debbano consentire ai lavoratori di rivendicare la proprietà del sindacato e che il sindacato rappresenti i lavoratori (non se stesso) nella contrattazione collettiva con i datori di lavoro a livello aziendale. “Solo in questo modo - conclude il rapporto - il sindacato, a lungo divorziato dal movimento operaio, diventerà un vero membro della famiglia di lavoratori cinesi”.

(Articolo completo di Ester Crea domani su Conquiste Tabloid)

( 31 agosto 2018 )

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