Giovedì 26 marzo 2026, ore 6:08

Economia

Il “pacco” Amazon è arrivato: contiene 30mila licenziamenti

La sintesi più efficace, per spiegare l’inizio della fine, è di un premio Nobel: “Nessuno ha la stessa spinta di Amazon verso l’automazione”, dice l’economista Daron Acemoglu. Se il gigante dell’e-commerce “riuscirà a rendere il modello sostenibile, altre aziende seguiranno a ruota. E quando ciò accadrà, uno dei maggiori datori di lavoro degli Stati Uniti rischierà di diventare un generatore di disoccupazione”. Il 28 ottobre resterà una giornata storica. Martedì Amazon ha avviato 30mila licenziamenti negli uffici di tutto il mondo, come riportano Reuters, New York Times e Wall Street Journal, che parlano di primi tagli occupazionali ufficiali nell’era dell’intelligenza artificiale. La riduzione interessa quasi il 10 per cento dei circa 350mila posti in comparti come risorse umane, pubblicità, management. E non avrà, per ora, ripercussioni sulla forza lavoro nei reparti vendite e magazzini, che con oltre 1,5 milioni di persone, costituiscono la maggioranza dei dipendenti aziendali. La riduzione occupazionale avviata ieri è la più consistente da quando Amazon ha eliminato 27mila posti nel 2022. Il NYT ha ricevuto altre confidenze, secondo le quali il 2033 sarà un anno spartiacque per l’attività dell’azienda, che si prepara ad “assumere” robot di nuova generazione per rimpiazzare 600mila dipendenti negli Stati Uniti. Una decisione che fa il paio con quanto raccolto dal quotidiano newyorchese, in merito ad altri 160mila tagli occupazionali entro il 2027. Il che significa che entro meno di 10 anni, Amazon potrebbe ridurre la sua forza lavoro umana di quasi 800mila unità. E non si tratta solo di smaltire personale negli uffici, perché l’avvento dei robot, riguarda principalmente il lavoro manuale sull’imballaggio dei pacchi. Si tratterebbe di un piano di automazione del lavoro tra i più radicali mai immaginati nella storia recente della logistica. Amazon, che prevede di raddoppiare le vendite nei prossimi anni, punta ad automatizzare circa tre quarti delle sue operazioni globali, con l’obiettivo di risparmiare più di 12 miliardi di dollari entro il 2027. L’impatto immediato sarebbe una riduzione dei costi pari a 30 centesimi per ogni articolo gestito, una cifra apparentemente modesta ma che, moltiplicata per miliardi di spedizioni, si traduce in margini enormi. L’automazione è comunque già bene avviata. L’azienda statunitense ha, infatti, introdotto oltre 1 milione di unità robotiche nei propri centri logistici e sta testando Digit, un robot bipede sviluppato da Agility Robotics, pensato per muoversi e interagire in spazi progettati per gli esseri umani. Nessuno è più al riparo. Amazon, attualmente il secondo datore di lavoro negli USA con 1,2 milioni di dipendenti, entro pochi anni potrebbe non esserlo più. E siccome la pillola va sempre indorata, e l’opinione pubblica resa sempre più idiota, immancabile arriverà una strategia di comunicazione che dovrà rendere meno negativa la percezione pubblica del processo di sostituzione della forza lavoro. Invece di parlare apertamente di “automazione” o “intelligenza artificiale”, Amazon userà termini come “tecnologie avanzate” o “cobot”, abbreviazione di collaborative robots, per sottolineare la presunta cooperazione tra uomini e macchine.
Pierpaolo Arzilla

( 28 ottobre 2025 )

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