Comprare o forzare. Trump è davvero convinto che la questione groenlandese si potrà risolvere anche con un’azione militare? In questi giorni gli analisti europei si interrogano sulle reali intenzioni dell’amministrazione americana. Secondo Michael Paul, ricercatore senior presso l'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (SWP) di Berlino ed esperto di geopolitica delle regioni artiche, la “sicurezza” che giustifica la rivendicazione USA della Groenlandia per prevenire l’aggressività di Cina e Russia, è solo “un pretesto”. Gli americani prevedono che entro il 2030 l'Artico sarà libero dai ghiacci in estate, il che significa che meno di 1 milione di chilometri quadrati saranno coperti da ghiaccio, dice Paul intervistato da Tagesschau. Il che non significa però che l'Artico sarà più facile da navigare. Da una prospettiva militare, “non è facile concludere che lo scioglimento dei ghiacci renda l'Artico più accessibile”. In quelle zone, al netto della presenza storica, e ora più aggressiva, della Russia, è vero che il nuovo attore ora si chiama Cina, che ha iniziato a costruire sempre più navi rompighiaccio per operare nell'Oceano Artico. Tuttavia, avverte Paul, si tratta di una tendenza a lungo termine, che dimostra comunque che la Cina considera l'Oceano Artico parte della sua Via della Seta Polare. Per capire quanto sia reale la minaccia di Mosca e Pechino, il ricercatore invita a una distinzione tra Artico americano, Artico europeo e Artico centrale. “Si tratta di regioni distinte, ciascuna con una propria situazione di sicurezza”. In questo senso, dice, “la Groenlandia non è minacciata”. Ma per gli gli USA è “argomento di discussione dal 1832”. E per Trump “si tratta del più grande accordo territoriale possibile, ed è questa la motivazione principale”. Gli americani, infatti, “possono facilmente costruire ulteriori basi difensive in Groenlandia, con il consenso dei groenlandesi e dei danesi”. Dunque, ”le preoccupazioni di Trump per la sicurezza sono solo un pretesto”. In Venezuela, Trump vuole farsi nume tutelare dei 303 miliardi di barili che possono essere prodotti da un territorio che possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo, pari al 17 per cento del totale, davanti ad Arabia Saudita, Iran e Iraq, sebbene Caracas esporti solo l’1 per cento delle sue riserve. Dopo l’arresto di Maduro, secondo gli osservatori europei, possono emergere solo ipotesi, con 3 orizzonti incerti. Nel breve termine, si osserva che non vi sarà alcuna offerta aggiuntiva immediata sul mercato poiché qualsiasi aumento della produzione richiederebbe anni per concretizzarsi. Nel medio, i reinvestimenti esteri, la possibile riapertura delle relazioni commerciali e la stabilizzazione politica potrebbero riportare il Venezuela a un posto di rilievo negli equilibri energetici mondiali. Nel lungo termine, se gli scenari di ripresa si concretizzeranno, l'ingresso di una maggiore offerta venezuelana potrebbe far scendere i prezzi globali. La Cina, intanto, conferma l’accusa a Washington di aver violato il dritto internazionale e ribadisce che il Venezuela “è uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche”.
Pierpaolo Arzilla

