In Italia ci sono oltre 16,3 milioni di pensionati, con importi medi mensili lordi di 2.142 euro per gli uomini e 1.595 euro per le donne (-24,9%), per una media complessiva di 1.861 euro. La retribuzione lorda media annua nel settore privato si attesta a 24.486 euro, ma con profonde asimmetrie. Il gender pay gap raggiunge il 29,1%: gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all'anno rispetto alle donne (27.967 euro contro 19.833 euro). Il divario generazionale non è da meno: a parità di qualifica, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), quasi 11.880 euro in meno all'anno.
Chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto dell'81,5%. Suo figlio o sua figlia, che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, sempre con una carriera continuativa di 38 anni, quando andrà in pensione nel 2060, sempre a 67 anni, avrà un tasso di sostituzione del 64,8%. La differenza generazionale è ''drammatica: 16,7% in meno di sicurezza economica'', si evidenzia nello studio. ''A parità di anni lavorati e di continuità contributiva, la generazione più giovane sperimenterà una prestazione pensionistica significativamente più contenuta, con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2% rispetto ai pensionati di oggi''.
Oggi in Italia lavorare non garantisce più automaticamente di uscire dalla povertà. Infatti 2,4 milioni di occupati sono working poor, pari al 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni. Tra i giovani occupati di 20-29 anni l'incidenza sale al 12%, pari a 349mila individui. Le famiglie con persona di riferimento operaia registrano un'incidenza della povertà assoluta pari al 15,6%, mentre tra dirigenti, quadri e impiegati la quota scende al 2,9%. Un dato che conferma come la qualifica professionale rappresenti oggi un discrimine fondamentale nel determinare le condizioni di vita.
Italia venticinquesima in Europa per incidenza dei salari sul pil: appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna. Un divario che "dura da trent'anni e che si è cristallizzato in un equilibrio al ribasso persistente nel tempo. Dallo studio Censis Confcooperative emerge che le prospettive demografiche "aggravano il quadro. Tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità, pari a una contrazione del 20,5%". Una dinamica che, in presenza di livelli di povertà già elevati e di una quota rilevante di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, ”renderà ancora più persistenti le fragilità sociali del Paese”.
I dati del focus vengono sintetizzati da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative: ”Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all'ultima busta paga. È questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso. Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d'Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori, ben 7,7 milioni in meno, entro il 2050. È il frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni”.
Giampiero Guadagni
