Il cuore industriale del Paese rallenta ancora. Nel secondo semestre 2025 il settore metalmeccanico registra un preoccupante aumento delle aziende in crisi. I lavoratori coinvolti salgono a 115.397, contro i 103.451 dell’ultimo rilevamento 2024. A diffondere i numeri è la Fim Cisl durante la presentazione del report a Roma. Il campione analizzato comprende 993 aziende: 575 sotto i 50 dipendenti e 418 sopra i 50. Una fotografia ampia e rappresentativa di un tessuto produttivo fatto in gran parte di piccole e medie imprese.
La crisi colpisce soprattutto intere filiere produttive. Ben 83.998 lavoratori sono coinvolti in crisi di settore. Altri 19.630 in crisi di natura finanziaria. E 10.160 nell’indotto, spesso aziende minori legate alla componentistica e alle lavorazioni meccaniche trasversali. Automotive, siderurgia ed elettrodomestico guidano la classifica delle sofferenze. In difficoltà anche macchine agricole, movimento terra, minuteria meccanica, fonderie e zincatura. Si aggiungono i comparti bici, moto e materiali per l’edilizia, oltre ai prodotti per l’infanzia e agli infissi. A pesare sono soprattutto i costi dell’energia e delle materie prime, voci che incidono in modo diretto sui margini aziendali. Ma incidono anche i dazi commerciali, le tensioni geopolitiche e la gestione della transizione ambientale europea. Un mix che rende fragile l’intero sistema industriale.
I dati Istat confermano il quadro: nel secondo semestre 2025 le ore di cassa integrazione crescono del 17% nel metalmeccanico e del 20% nella siderurgia, per un totale di 261,7 milioni di ore autorizzate. Un segnale evidente di rallentamento produttivo e di difficoltà nel mantenere i livelli occupazionali. Le regioni più colpite sono Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, cuore industriale del Paese. Qui aumentano le ore di cassa integrazione nei settori dei macchinari industriali, dell’automotive e dell’impiantistica. Anche Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio registrano segnali di sofferenza, pur con numeri più contenuti. Nel Centro-Sud, da Abruzzo a Puglia, fino a Sicilia e Sardegna alle difficoltà tradizionali si sommano quelle legate alla microelettronica, ai semiconduttori e alla manutenzione industriale.
Un quadro che mostra una crisi diffusa e non più circoscritta a poche aree. Non si fermano le delocalizzazioni: 995 sono i lavoratori coinvolti soprattutto nei servizi informatici e call center. Processi che impoveriscono ulteriormente il tessuto produttivo nazionale e alimentano l’incertezza sociale. Uliano punta il dito contro la stretta del credito: nel 2025 i prestiti alle imprese calano del 3,8%. Dei 606 miliardi concessi dalle banche la parte maggiore va alle grandi aziende con rating elevati. Le piccole e medie imprese restano senza risorse e faticano a investire in innovazione e nuovi macchinari. Rallenta anche l’utilizzo dei fondi del programma Transizione 5.0, 6,3 miliardi in scadenza il 28 febbraio bloccati - secondo il sindacato - da eccessiva burocrazia.
Criticità anche sul piano politico-industriale. “Servono scelte chiare e rapide”, avverte il leader Fim. Oltre 50 vertenze restano ferme al ministero. Il rischio evocato è quello della deindustrializzazione con l’Europa chiamata a fare la propria parte. E sul dossier Ilva l’ultimatum è netto: “Se entro il 28 febbraio non arriveranno risposte, andremo davanti a Palazzo Chigi”. Per il sindacato, dopo due anni di commissariamento, serve una decisione strategica dello Stato per non perdere un settore chiave come la siderurgia.
Restano in controtendenza i settori ferroviario, aerospazio, difesa e cantieristica navale in fase di crescita. Segmenti che dimostrano come con investimenti mirati e politiche industriali solide la ripresa sia possibile.
Sara Martano

