Venerdì 11 settembre 2026, ore 15:08

Vertenze

Ex Ilva, giudici confermano il blocco dell’area a caldo

La Corte d'Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell'area a caldo dello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell'ex Ilva in amministrazione straordinaria. A luglio la Corte d'Appello diede 90 giorni per fermare l'area a caldo fino a che non fosse stato ”rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti” e non venissero ”adottate le misure necessarie per ricondurre l'emissione di polveri sottili entro limiti di sicurezza”. 
Nel provvedimento i giudici spiegano: ”Anche a fronte del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti, si pone, nel caso, l'esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute - ossia a valori di prioritario rilievo costituzionale - nei termini ritenuti vincolanti dalla citata sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea”. Aggiunge la Corte d'Appello di Milano: ”Va, poi, detto che l'assunto dell'irreparabilità degli impianti, in conseguenza della sospensione dell'attività produttiva nell'area a caldo, è stato recisamente contestato dai resistenti cittadini che, con la loro memoria, hanno dedotto sia che gli Afo in funzione hanno ben 60 anni e vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio, sia che, dall'ultimo rapporto dell'autorità di controllo Ispra, risulta che, nel corso degli ultimi anni, gli Afo 1, 2 e 4 siano stati più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati”. A tali considerazioni, prosegue la Corte, ”si aggiunge il rilievo, svolto dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Milano nel proprio parere, secondo cui l'affermazione delle parti ricorrenti pur suggestiva, non è accompagnata da alcun elemento concreto”. La Procura Generale, in detto parere, aggiunge anche che ”le parti ricorrenti (a fronte della ineludibile necessità di esecuzione di interventi sugli impianti), non hanno fornito alcuna quantificazione, neppure approssimativa, dei costi comparativi di un eventuale adeguamento degli impianti alle prescrizioni imposte” dalla Corte di Giustizia Europea ”rispetto al rifacimento integrale. Le ricorrenti si limitano ad affermare che lo spegnimento comporterebbe un danno irreversibile, ma non dimostrano che l'adeguamento richiesto dalla normativa europea sia un'alternativa praticabile, né che esso sia economicamente sostenibile”. Quanto i gravissimi danni che lo spegnimento arrecherebbe ai livelli occupazionali, ad avviso della Corte, anche sotto tale profilo, ”valgono le considerazioni testé svolte sulla impossibilità di una rivalutazione, in questa sede, delle ragioni che hanno indotto il precedente collegio ad ordinare la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo, a cui viene collegata la necessità di spegnimento degli impianti e la conseguente compromissione dell'intero tessuto occupazione dell'area interessata sia con riguardo al personale direttamente impiegato nello stabilimento Ilva sia con riguardo al personale dell'indotto”. In proposito, dicono ancora i giudici, ”a prescindere da ogni considerazione sulla legittimazione delle ricorrenti a far valere il pregiudizio occupazionale dell'indotto, va anche considerato che da diversi anni si dibatte, intorno allo stabilimento Ilva di Taranto, su come meglio coniugare il diritto alla salute dei cittadini e delle stesse maestranze con la tutela del lavoro del personale coinvolto nell'attività dell'acciaieria; che la domanda di inibitoria per cui è causa è stata introdotta dai cittadini nel lontano 2021; che, pertanto, anche alla luce della normativa europea e della citata recente sentenza della Cgue, la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo ordinata con il decreto non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità' imprenditoriale dei soggetti coinvolti”.
Sottolinea la segretaria generale della Cisl Fumarola: ”Noi non siamo soliti commentare le sentenze. Diciamo che si apre sicuramente una fase ancora più complicata di questa lunghissima vertenza. Aspettiamo di conoscere anche le determinazioni da parte del Governo e dell'impresa”. Aggiunge Fumarola: ”"Pensiamo che l'Italia non possa fare a meno della produzione dell'acciaio verde e pensiamo che bisogna tutelare il lavoro, la salute, l'ambiente e la sicurezza come abbiamo sempre detto. Quindi sicuramente sono ore particolarmente delicate. Dobbiamo fino all'ultimo momento cercare soluzioni che possano tenere insieme i diritti costituzionali. E quindi ci batteremo perché questo possa verificarsi, seguiremo come abbiamo sempre fatto in questo lunghissimo tempo i lavoratori, le famiglie, le città interessate e auspichiamo appunto che si possa rilanciare l'acciaio perché - conclude la leader della Cisl - il nostro Paese ha bisogno della produzione dell'acciaio e i lavoratori che da troppo tempo soffrono questa condizione con le rispettive famiglie hanno bisogno di avere certezze”.
Giampiero Guadagni

( 11 settembre 2026 )

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