Non bastano più le dichiarazioni di intenti: i lavoratori del Gruppo Natuzzi chiedono risposte concrete e immediate. L’annuncio di un tavolo permanente al Ministero delle Imprese e del Made in Italy rappresenta un passo importante, ma per chi ogni giorno vive l’incertezza in fabbrica non è sufficiente. La preoccupazione cresce, alimentata da un piano industriale che prevede chiusure di stabilimenti, esuberi e un massiccio ricorso alla cassa integrazione. La mobilitazione degli operai è il segnale più evidente di un clima ormai teso. Il corteo che ha attraversato la strada provinciale 41 tra Puglia e Basilicata, collegando gli stabilimenti Jesce 2 e Jesce 1, non è stato solo un gesto simbolico, ma una presa di posizione netta: il lavoro non può essere sacrificato in nome di una riorganizzazione che appare ancora poco chiara e sbilanciata.
Le organizzazioni sindacali denunciano l’assenza, finora, di un confronto strutturato e trasparente. “Non possiamo accettare decisioni calate dall’alto”, ribadiscono, chiedendo che ogni scelta venga condivisa e che il piano industriale venga profondamente rivisto. Al centro della richiesta c’è la tutela dell’occupazione, ma anche la difesa di un patrimonio di competenze che rappresenta uno dei punti di forza storici dell’azienda. Il nodo della cassa integrazione resta particolarmente critico. Se da un lato viene vista come uno strumento necessario per affrontare una fase di difficoltà, dall’altro i lavoratori temono che si trasformi in una soluzione strutturale, preludio a una riduzione definitiva della forza lavoro. Per questo i sindacati chiedono garanzie precise sui tempi, sulle modalità e soprattutto sulle prospettive di rientro.
Non meno rilevante è il tema dell’indotto. Attorno al Gruppo Natuzzi ruota un sistema produttivo che coinvolge centinaia di piccole e medie imprese e migliaia di addetti. La crisi dell’azienda rischia di avere un effetto domino sull’intero distretto del mobile imbottito, con conseguenze pesanti per l’economia di interi territori tra Puglia e Basilicata. “Non si tratta solo di salvare un’azienda - sottolineano i sindacati - ma di difendere un ecosistema industriale”. In questo contesto, il tavolo previsto per il 27 maggio viene considerato un banco di prova decisivo. I lavoratori si aspettano che da quell’incontro emergano impegni concreti su investimenti, innovazione e rilancio produttivo.
Le istituzioni sono chiamate a svolgere un ruolo attivo e incisivo. Il coinvolgimento delle Regioni e del Governo è visto come fondamentale per garantire che il confronto non si esaurisca in un esercizio formale. I sindacati chiedono strumenti di politica industriale capaci di accompagnare un vero processo di rilancio, evitando che il peso della crisi ricada esclusivamente sui lavoratori. Allo stesso tempo, all’azienda viene chiesto un cambio di passo. Serve maggiore chiarezza sulle strategie future, ma anche un’assunzione di responsabilità nei confronti dei territori che hanno contribuito alla crescita del marchio.
Sara Martano

