Giovedì 22 febbraio 2024, ore 1:54

Intervista 

Luca Ricolfi: riforme, legislatura inerte 

Professor Ricolfi, in autunno a al massimo il prossimo anno si andrà al voto e molti in modo retorico si chiedono se c'è tempo e spazio politico per discutere in Italia di riforme istituzionali e di nuova legge elettorale in un contesto di crisi economica, pandemia e guerra in Ucraina. Posta così la domanda la risposta negativa sembra scontata. La pongo allora da un altro angolo visuale: ci saranno effetti economici sulle nostre tasche se non si metterà mano a quelle riforme descritte come lontane dagli interessi concreti degli italiani ?
Penso che non sia la mancanza di tempo che erode lo spazio per discutere delle riforme. La realtà è che la stragrande maggioranza dei cittadini non sanno che cosa le riforme contengano effettivamente, e se anche lo sapessero non sarebbero particolarmente interessati. Il contenuto delle riforme è troppo astratto e scritto in codice politico per suscitare un vero dibattito pubblico.
Quanto alla seconda parte della domanda, sugli effetti economici “se non si metterà mano alle riforme”, la mia risposta è che quegli effetti ci saranno comunque, indipendentemente dalle riforme. Quel che succederà in autunno – inflazione, razionamento delle fonti energetiche, interruzioni dell’erogazione dell’elettricità, licenziamenti, aumento dei contagi, ritorno alla DAD, forse anche disordini sociali – non dipenderà da eventuali ritardi delle riforme del Pnrr, nessuna delle quali può avere effetti immediati e rilevanti, ma dall’inerzia e imprevidenza dei governi lungo tutta la legislatura. E fra i governi imprevidenti includo anche il governo Draghi, che – giusto per fare un esempio – ha ignorato tutte le richieste di varare un piano per la ventilazione meccanica controllata degli ambienti chiusi.
Una riforma già in vigore e che produrrà i suoi effetti con le elezioni politiche è il taglio dei parlamentari, confermato a larga maggioranza con un referendum. Una riduzione drastica che ridimensiona la rappresentanza di molti territori. Ma questo non è un ostacolo oggettivo allo sviluppo del Paese, dal momento che i territori vengono considerati un volano della ripartenza economica?
Mah, i territori mi paiono rappresentati in modo così miope e clientelare che stento a vedere il problema. Che in ogni caso non mi pare quello del numero di parlamentari, visto che quasi tutti i grandi Paesi hanno tassi di rappresentanza più bassi del nostro. Semmai vedo un problema di legge elettorale: il fenomeno da evitare sono i candidati paracadutati da Roma nei collegi sicuri.
Tra le riforme legate al Pnrr quale ritiene quella chiave per il rilancio della nostra economia ?
Difficile dirlo, perché dipende da come saranno implementate concretamente. In astratto direi fisco, giustizia civile e burocrazia, istruzione e ricerca. Secondo i miei studi sulla “equazione della crescita”, sono questi i tre ambiti che più influiscono sul tasso di crescita. Ma potrebbe persino succedere che i tre tipi di riforme rallentino la crescita anziché accelerarla.
In che modo?
Supponga che la riforma del fisco aumentasse la pressione fiscale sulle imprese per detassare le famiglie, la riforma della burocrazia introducesse innovazioni che paralizzano l’attività degli uffici, e le riforme scolastiche – con il lodevole obiettivo di aumentare i tassi di istruzione formali – rafforzassero l’attuale tendenza ad abbassare la qualità dei programmi per favorire la scolarizzazione di massa: il risultato netto sarebbe di frenare la crescita.
Nel sommario delle riforme istituzionali necessarie al Paese, a suo giudizio potrebbe essere inserito anche il tema della partecipazione dei lavoratori? E nel caso c'è un modello che ritiene più adatto alla realtà italiana?
La partecipazione dei lavoratori sarebbe un’ottima cosa, ma in materia sindacale la priorità a me pare un’altra: portare il sindacato nei luoghi in cui le condizioni sono para-schiavistiche. Secondo i miei calcoli (presentati ne ”La società signorile di massa”) i quasi-schiavi in Italia sono circa 3 milioni e mezzo, circa il 15% della forza lavoro.
La pandemia ha messo in luce tutte le questioni irrisolte della scuola italiana. Lei è coautore di un libro da poco uscito con il significativo titolo "Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della diseguaglianza". Qual è il problema principale da affrontare e risolvere ? E come giudica il progetto di alternanza scuola-lavoro ? Più in generale la scuola deve avere o no anche il compito di agevolare l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro ?
Il problema principale da affrontare è la riforma della scuola dell’obbligo, da cui circa metà dei ragazzi esce senza avere la preparazione necessaria ad affrontare un liceo. È da questa inadempienza che deriva la strage di ragazzi e ragazze nei primi due anni della scuola secondaria superiore. Finché non ci rendiamo conto che la scuola dell’obbligo non deve garantire solo inclusione, socializzazione, e un’infarinatura sulle materie base, ma anche una crescita culturale e una vera trasmissione di conoscenze, nulla di sostanziale potrà cambiare nel sistema educativo.
Quanto all’alternanza scuola-lavoro non sono contrario in linea di principio, purché non ci si faccia troppe illusioni. Quel che manca in Italia è una rete di scuole professionali di alto livello, strettamente legata alle imprese e al sistema produttivo, sul modello della Germania. E non sono certo le esperienze lavorative di alternanza scuola-lavoro, non di rado improvvisate e poco formative, che possono riempire questo vuoto.
Quello che ostacola i ragazzi nella ricerca del lavoro non è tanto la mancanza di esperienze lavorative precedenti, quanto il fatto che il mercato del lavoro si accorge che, in molti casi, non hanno la preparazione che il loro titolo di studio certifica. E questa mancanza di preparazione, è paradossale dirlo, è spesso dovuta proprio al fatto che le riforme scolastiche hanno pensato troppo al saper fare e al mercato del lavoro, e troppo poco al sapere astratto e alla conoscenza. Detto più crudamente: l’enfasi sul sapere utile a danno della cultura alta, ha finito per togliere a una parte della popolazione studentesca, e in particolare ai ragazzi delle famiglie più disagiate, le risorse intellettuali di cui avrebbero avuto bisogno per competere sul mercato del lavoro con i loro compagni benestanti. E’ in questo senso che, nel nostro libro, Paola Mastrocola ed io abbiamo parlato della scuola progressista come “macchina della diseguaglianza”.
Giampiero Guadagni

( 19 luglio 2022 )

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