Lunedì 20 novembre 2017, ore 18:27

Quotidiano di informazione socio‑economica

Il panico da Grexit silura le Borse ed il referendum

di Ester Crea

Chi in questi giorni sta guardando al referendum greco con la speranza che esso segnerà un punto a favore del ripristino di una qualche parvenza di democrazia nel sistema che fin qui ha governato le scelte economiche della tecnostruttura europea, temo, resterà deluso.

Al di là delle rassicurazioni improvvide di alcuni reduci dall’Eurogruppo per i quali è sempre “tutto sotto controllo” e “il rischio contagio è praticamente escluso”, la sensazione più diffusa tra i risparmiatori europei è la stessa che devono aver provato i passeggeri a bordo della Costa Concordia, la sera che il comandante Schettino si avvicinò qualche metro di troppo agli scogli davanti al Giglio. “Se davvero non abbiamo nulla da temere, come mai c’è la ressa davanti alle scialuppe di salvataggio?”, si saranno domandati. Oggi sappiamo che nella tragedia che seguì ebbe un ruolo determinante l’incapacità del comandante in primis, ma anche di gran parte dei suoi ufficiali in secundis, di gestire l’emergenza. Altrimenti il bilancio, in termini di perdita di vite umane, sarebbe stato meno pesante.

Quanto sta avvenendo in queste ore in Europa somiglia a quella tragica notte. Se il rischio contagio fosse davvero escluso, anche alla luce della reale portata del debito di Atene (più o meno l’1 per cento del Pil europeo e il 3% del debito complessivo della Ue), perché mai le Borse di tutto il mondo sono entrate in panico? La verità è che nessuno sa bene cosa può accadere perché il default e l’eventuale Grexit non è prevista dai trattati. Si aggiunga che la paura d’una tempesta finanziaria che eroda i risparmi, e lo spettro di un’uscita dall’euro hanno spinto i greci a ritirare soldi dalle banche. Le foto delle persone in fila davanti ai bancomat che hanno fatto il giro del mondo, insieme alla notizia della chiusura della Borsa di Atene e all’interruzione dell’attività bancaria fino a dopo il referendum del 5 luglio (unico sistema per impedire che il denaro fugga dai conti correnti nel momento peggiore) hanno fatto il resto.

Si sono consumati fiumi d’inchiostro per spiegare le tecniche di governo e controllo sociale realizzate attraverso l’induzione della paura. Anche l’Italia ne sa qualcosa e non vale la pena di dilungarsi sul tema. Il risultato è che oggi la Grecia è un paese nel caos. Caos sociale, con i distributori di benzina presi d’assalto al pari dei supermarket, e la polizia a presidiare.

A poco giovano gli appelli del premier Tsipras alla calma. Sono lontani i tempi in cui le folle dei suoi concittadini vedevano concretizzarsi in lui il sogno di un riscatto. Inascoltato lui, come inascoltata è stata la Confederazione europea dei sindacati che, per voce della sua segretaria generale, Bernadette Ségol, aveva chiesto all’Unione europea ed al Fondo monetario internazionale di risparmiare ai lavoratori ed ai pensionati ellenici ulteriori sofferenze. Tutto inutile. L’epilogo era già scritto, come credo l’esito del referendum di domenica prossima che finirà con l’affondare definitivamente non tanto la Grecia, (perché a questo avevano già provveduto le banche tedesche e francesi anni fa, prima ancora che la trojka entrasse in gioco), né il velleitario governo Tsipras, quanto il sogno di un’Europa diversa, più democratica, sociale e solidale.

Qualche tecnocrate improvvido l’ha mandata a schiantarsi sugli scogli del rigore. Uno Schettino qualunque, che al momento opportuno riuscirà a saltare sulla prima scialuppa disponibile lasciando il relitto europeo al suo destino.

Ester Crea

( 30 giugno 2015 )

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